IMMIGRAZIONE, SCHIZOFRENIA COLLLETTIVA
Viviamo male in Italia il problema immigrazione. Male, molto male.Da un lato molti sarebbero favorevoli a risolvere il problema rimandando al mittente, cioè ai Paesi d’origine, tutti o la maggior parte degli immigrati.Dall’altra parte vi sono molte persone che sono disposte a transigere per gli immigrati a regole che noi tutti cittadini italiani siamo tenuti a rispettare. Ciò per evitare il rischio di essere considerati razzisti o xenofobi, perché il “diverso è bello!” e forse perché pensano che avere meno immigrati di nazioni “evolute” come Francia, Germania o Inghilterra sia un elemento negativo, un “gap” che si deve colmare a ogni costo e più celermente possibile.Entrambi gli atteggiamenti, a mio avviso, sono di tipo schizofrenico. Vedono solo un aspetto parziale della verità ponendosi fuori dalla realtà e da un’analisi meditata.Sul primo fronte troviamo leghisti, alcuni uomini della Destra parlamentare e di quella antagonista, persone della piccola e media borghesia preoccupate della crescente insicurezza personale dovuta a una delinquenza con connotati sempre più da immigrazione e con la paura di una progressiva perdita delle conquiste sociali e persino del posto di lavoro, almeno tra le fasce a minor reddito.Sull’altro fronte troviamo schierata tutta la Sinistra, da quella radical-chic a quella più estrema, istituzioni e associazioni di vario colore, organizzazioni cattoliche e assistenziali che seppur con diverse motivazioni e interessi, vedono in modo positivo la crescita dell’immigrazione in Italia.
Proviamo quindi a ragionare.
1) IMMIGRAZIONE IN ITALIA ED EUROPA
Prendendo i dati del Quaderno Polaris “L’immigrazione” vediamo che gli stranieri in Italia nel 1999 erano circa 1,2 milioni con un’incidenza sul totale della popolazione residente di poco superiore al 2%,. con una maggiore concentrazione di immigrati nel centro e nord Italia, dove le possibilità di lavoro sono evidentemente maggiori rispetto al Sud e alle Isole,
A distanza di quasi dieci anni gli stranieri nel nostro Paese sono quasi triplicati, oggi sono circa 3,5 milioni e rappresentano circa il 6% della popolazione residente in Italia
Se valutiamo il rapporto con le altre nazioni europee, gli stranieri in Italia non sono moltissimi.. Ce ne sono di più in Germania (9%), in Austria (9,1%), in Belgio (8,9%), in Francia (6,3%).
Tuttavia valutando quanti di questi stranieri residenti sono comunitari vediamo che in Belgio, Francia e Germania ve ne sono in valori rilevanti. Ciò deriva dal fatto che molti cittadini italiani, spagnoli e portoghesi sono emigrati negli ultimi decenni proprio verso questi Paesi e a questi se ne sono aggiunti più recentemente molti altri dai Paesi comunitari dell’Europa dell’Est.
Dalle statistiche non si rileva tuttavia il numero di quanti dall’Italia, dai Paesi iberici o dai Paesi dell’Est si sono naturalizzati soprattutto in Belgio e in Germania e i loro figli generalmente hanno preso la cittadinanza del Paese di adozione.
Stesso ragionamento può essere fatto per la Francia e l’Inghilterra dove hanno preso da tempo la cittadinanza cittadini extra-europei provenienti per lo più dalle loro ex colonie e quindi non compaiono nelle statistiche degli immigrati essendo cittadini di quelle nazioni a tutti gli effetti
In questo contesto si comprende come l’immigrazione in Europa, attuale o recente, sia un fenomeno molto superiore alle statistiche ufficiali.
Nella prosperosa Germania hanno trovato rifugio dal dopoguerra a oggi milioni di iugoslavi, ungheresi, polacchi, immigrati provenienti dalle altre nazioni dell’ex blocco sovietico (oggi si incontrano molti cittadini tedeschi con il cognome inequivocabilmente slavo) oltre a moltissimi turchi. Quindi quando qualcuno si lamenta: “Sul tram vedo solo immigrati…”, “in quella via ci sono solo marocchini…” può forse avere ragione ma l’immigrazione in Italia come fenomeno non è per il momento così rilevante come in altri Paesi europei, si tratta semplicemente di gestirlo correttamente, se ancora è possibile.
Infine vediamo che gli immigrati in Italia provengono da quattro grandi aree: Paesi dell’Est Europa con preponderanza dalla Romania (625.000 persone) e Albania (420.000), Maghreb e Africa Nera con preponderanza dal Marocco (365.000) poi Egitto (70.000) e Senegal (63.000).
Asia: Cina (160.000) Filippine (106.000), India (78.000), poi Pakistan e Sri-Lanka.
Centro America: Ecuador (74.000), Perù (71.000), ecc.
Dalle cifre sopra riportate la multietnicità attuale delle Società europee, considerando anche gli immigrati naturalizzati come si vede in modo tangibile soprattutto in Francia ed in Inghilterra, è un fenomeno ormai di così vaste proporzioni che sta snaturando l’identità di molte nazioni europee.
Inoltre se in Italia il flusso migratorio si manterrà con lo stesso tasso dell’ultimo decennio sarà impossibile assicurare uno sviluppo sostenibile al nostro Paese.
2) MOTIVI DELL’IMMIGRAZIONE IN ITALIA
Considerando la variegata composizione dell’immigrazione in Italia e la forte accelerazione impressa alla stessa negli ultimi decenni ce ne dobbiamo chiedere le ragioni.
Gli immigrati provengono ovviamente da nazioni povere dove la mancanza di lavoro e di prospettive per il futuro motiva tanta gente a tentare la fortuna all’estero. E’ successo a noi italiani in diverse epoche ma anche a tedeschi, inglesi, irlandesi, ecc. Succedeva spesso nelle città-stato dell’antica Grecia dove le limitate risorse della terra non permettevano a un certo punto di fare fronte all’incremento demografico. Raccoglievano allora una massa di persone propense o indotte forzosamente all’avventura, le imbarcavano sulle navi e le allontanavano dalle città. Per loro fortuna a quei tempi non c’era una forte densità di popolazione nel Mediterraneo, né vi era l’ONU a sentenziare sul diritto internazionale e così i greci sbarcavano in un posto ritenuto idoneo e fondavano una Colonia. Per loro e per nostra fortuna hanno colonizzato buona parte dell’Italia. Per nostra fortuna, prima della civiltà romana abbiamo potuto assimilare quella greca. Per loro fortuna, perché se si fossero trovati a sbarcare nella nostra Penisola ai giorni nostri avrebbero dovuto fare i “vu-cumprà” o ballare il Sirtaki sulle carrozze della metropolitana invece di fondare colonie.
Una piccola parte di immigrati viene da noi spinta non solo per una generica speranza di migliorare il proprio tenore di vita ma, soprattutto dall’Africa, spinta dalla più cupa disperazione dovuta alle carestie, guerre, persecuzioni di ordine politico, religioso o razziale, presenti nei loro Paesi d’origine.
Ma ci dobbiamo chiedere: “Queste situazioni erano presenti anche negli anni precedenti. La fame e la mancanza di prospettive per il futuro erano pure presenti 30 o 40 anni fa. Come mai quindi tanta gente decide di immigrare proprio ora e proprio nel nostro Paese?
Le cause e le situazioni sono molteplici e tenterò di analizzarne alcune.
2.1) COME VIENE OGGI CONSIDERATO IL LAVORO IN ITALIA
L’Italia dopo le distruzioni della guerra si era rimboccata le maniche e generazioni di italiani hanno costruito giorno dopo giorno le premesse del nostro successo riconosciuto nel mondo, dove ancora oggi deteniamo notevoli primati in diversi settori.
In quel periodo tutti lavoravano con l’entusiasmo di costruire per sé e per i propri figli un futuro migliore. Malgrado la fine nel sangue del Fascismo, in quegli anni vivevano generazioni che avevano vissuto nel Fascismo e del Fascismo avevano assimilato la sacralità del lavoro necessaria per il proprio personale progresso e per quello della collettività.
Con il passare degli anni, con un benessere sempre più diffuso, con l’avvento del boom economico, con una classe politica che smantellava alcuni valori ideali perché troppo legati al precedente regime, con gli esempi dei “furbi” e dei profittatori che si arricchivano con velocità supersonica grazie ai loro santi protettori che stavano alle leve del potere, con i privilegi di categoria favoriti e fomentati da sindacati politicizzati che non hanno mai perseguito l’interesse dei lavoratori ma solo l’accrescimento del loro potere di casta, il concetto sano e sacrale del lavoro si è affievolito.
Il benessere sempre più diffuso ha fatto il resto portando la gente a considerare alcuni lavori umilianti perché pesanti e/o poco retribuiti.
La seconda repubblica nata dalla reazione popolare dopo gli scandali di Tangentopoli ha promesso onestà e una nuova età dell’oro a tutti gli italiani. Non è però riuscita a debellare la corruzione e gli sperperi e ha portato l’Italia sulla china del regresso come vediamo in questi giorni.
Vi ricordate le 3 “I” di Berlusconi rivolto ai giovani? Erano: Inglese, Informatica e Internet. Come se a un giovane in possesso dei tre requisiti si aprissero automaticamente le porte di una vita di successo paragonabile a quella dei giovani manager miliardari dello Stock Exchange di Londra. Quale è la realtà? Che ci sono forse 10 giovani manager tuttora miliardari a Londra e centinaia di migliaia di giovani laureati e diplomati italiani, perfettamente padroni delle 3 “I” ma disastrosamente disoccupati o sottoccupati in Italia. Era ed è ovvio che le 3 “I” sono condizioni necessarie ma non sufficienti per avere successo. Si devono aggiungere determinazione, costanza, umiltà, capacità personali e situazioni contingenti favorevoli per creare una posizione soddisfacente.
Nella società attuale sempre più americanizzata l’unico metro di giudizio è il denaro accumulato. Ho parlato con diversi americani nel corso della mia vita. I più, appena attaccano discorso, ti spiegano quanti dollari costa la loro casa, quanti dollari la macchina e il televisori appena comprati, se hanno una seconda casa in Florida o nel Montana. In effetti secondo il loro modo di pensare l’elencazione dei loro beni misura il successo che hanno avuto e di conseguenza la validità della propria persona. Valori morali o culturali non sono presi in alcuna considerazione.
E’ chiaro che con questi concetti che si stanno sempre più diffondendo anche nella nostra società un lavoro “umile” e poco redditizio, nemmeno all’inizio della propria carriera lavorativa, è preso in seria considerazione dai giovani. Così rimangono disoccupati e frustrati inseguendo effimeri sogni milionari da calciatore o da velina. Penso che questo problema sia soprattutto italiano. Moltissimi universitari, anche di nazioni ricche, si pagano parzialmente gli studi lavorando nei periodi di vacanza nelle campagne o facendo i baristi o i fattorini. Quanti universitari italiani imitano i loro colleghi stranieri? Nella raccolta di pomodori o di arance non se ne vedono. Al loro posto si vedono extracomunitari, a volte anche laureati.
2.2) RICHIESTA DI MANODOPERA
Per quanto detto nel paragrafo precedente vi sono ormai molti lavori faticosi giudicati poco qualificanti e lesivi della propria immagine che gli italiani non vogliono più fare. Perso il concetto che ogni genere di lavoro è utile per sé e per tutta la Comunità e quindi degno del massimo rispetto, si sono aperti varchi enormi nel nostro mercato del lavoro malgrado l’elevato attuale tasso di disoccupazione degli italiani. Varchi che vengono progressivamente colmati dagli immigrati.
Quante italiane farebbero oggi le badanti delle migliaia di anziani ammalati o non autosufficienti i cui figli molte volte devono lavorare insieme al coniuge e quindi non hanno tempo da dedicare o non hanno i mezzi per ricoverarli nelle costosissime strutture per la terza età?
Quanti giovani connazionali si troverebbero per sostituire i contadini pakistani, indiani e marocchini impiegati nelle campagne dove il lavoro è duro e scandito dalle esigenze delle stagioni e della meteorologia? Preferiscono il posto fisso negli uffici, al riparo dall’inclemenza del tempo, con i fine settimana e l’agosto liberi per le vacanze, per cui senza gli immigrati andrebbe totalmente in crisi un settore fondamentale per la vita della nazione come l’agricoltura.
Quante nostre concittadine e concittadini lavorano come colf o nelle imprese di pulizia? Troviamo quasi solo extracomunitari a svolgere questi lavori che sono fondamentali: i primi per il menage di una famiglia dove spesso i coniugi lavorano entrambi per arrivare a fine mese e far studiare i figli e i secondi indispensabili nelle centinaia di migliaia di esercizi pubblici e privati e aziende sparse in tutta Italia. In altri mestieri dove si lavora prevalentemente all’aperto come nelle imprese di giardinaggio nella raccolta e smaltimento dei rifiuti, nel rifacimento delle strade e soprattutto nell’edilizia si trovano sempre più immigrati.
Ma oltre ai mestieri considerati meno qualificanti vi sono molti extracomunitari impiegati nell’industria. Le aziende del nord-est ne hanno fatto incetta poiché evidentemente non si trovavano addetti in loco, né provenienti da altre parti di Italia.
Un tempo fare l’operaio in fabbrica non era considerato degradante. Maggiormente non lo dovrebbe essere oggi che il livello tecnologico delle macchine è molto elevato con conseguente richiesta di maggiore professionalità degli operatori e i ritmi e l’ambiente di lavoro sono generalmente migliori rispetto al passato. Come mai tanti giovani diplomati del Sud e di altre parti d’Italia non vanno nelle industrie del Nord Est perennemente a corto di manodopera? Aspettano forse la manna del posto pubblico al loro paese grazie all’interessamento del politico locale.
Sono queste le ragioni di fondo dell’incremento dell’immigrazione nel nostro Paese dove anche ingegneri o medici rumeni o egiziani si accontentano di fare il muratore o l’operaio perché manca manodopera italiana.
Se di colpo sparissero tutti gli immigrati presenti attualmente in Italia ci sarebbe una crisi paurosa che porterebbe a impennate dei prezzi e dell’inflazione.
I problemi finora denunciati per la verità non sono solo italiani, ma coinvolgono i Paesi europei e in genere tutte le popolazioni che hanno raggiunto un considerevole benessere economico.
E’ fisiologico che in queste nazioni la gente non voglia fare i lavori più pesanti demandandoli ai più bisognosi. Nei ricchi emirati arabi vi sono egualmente forti flussi immigratori generalmente asiatici dall’India, Bangladesh e Filippine. Persino in Egitto la cui economia è in costante crescita si vedono immigrati di altre nazioni africane.
Tuttavia lo scotto che si paga in termini sociali, economici e di convivenza è rilevante. Questi problemi saranno maggiormente sentiti nel nostro Paese dove una rilevante percentuale di famiglie è già sulla soglia della povertà, destinata ad accrescersi con la crisi economica in atto.
2.3) LASSISMO DELLE ISTITUZIONI
Il nostro è proprio un bel paese. Non più il “Bel Paese” di una volta ma un paese dove uno che arriva clandestino o regolare in teoria non potrebbe fare quello che vuole ma dovrebbe rispettare le leggi dello Stato, cosa che succede in tutti i Paesi del mondo. Ma se qui da noi un immigrato fa qualcosa di illegale ha meno probabilità di essere preso e condannato.
E’ un bel paese che non chiede agli immigrati di integrarsi pagando così un doveroso e logico tributo a chi gli consente di rifarsi la vita, un bel paese troppo rispettoso e timoroso di offendere “culture” diverse.
E ‘ un bel paese che molte volte privilegia l’immigrato rispetto ai propri cittadini, dandogli vitto, alloggio e lavoro quando vi sono molti cittadini italiani indigenti che ne sono privi.
E’ chiaro che in questa situazione vengono da noi, oltre alle persone normali attratte dalle condizioni che qui sono più favorevoli, anche molti individui orientati a delinquere mescolati alla maggioranza degli immigrati che vogliono lavorare onestamente.
Questa ultima considerazione è supportata da alcuni fatti emblematici.
Il ministro romeno dell’Interno ha recentemente dichiarato che negli ultimi anni in Romania la criminalità è notevolmente diminuita. Una prima ragione è dovuta all’assunzione di 5.000 nuovi poliziotti che perlustrano le città. La seconda, non l’ha detta, ma è evidente che una buona parte di delinquenti, anche in virtù dell’offensiva della polizia ha preferito venire in Italia mescolandosi agli oltre seicentomila romeni che vivono da noi e che nella maggior parte dei casi sono persone perbene che lavorano onestamente. E hanno fatto bene i delinquenti romeni. La polizia nel loro paese ancora povero ha messo sulle strade 5.000 poliziotti in più. Nell’Italia opulenta la polizia tira la cinghia, non ha soldi per la benzina delle volanti e le poche in funzione devono per lo più scortare politici e VIP di grande, media e piccola tacca.
Il secondo episodio sintomatico è dato dalla sommossa dei cinesi a Milano. La comunità cinese del capoluogo lombardo è tra le più antiche e integrate d’Italia. Dagli inizi del secolo scorso sono arrivati molti cinesi a Milano, principalmente dedicandosi al commercio e alla vendita di pelletteria, insediandosi nella zona di Via Sarpi, definita la Chinatown meneghina, diventando con le seconde e ulteriori generazioni cittadini italiani e milanesi a tutti gli effetti.
Negli ultimi anni sono però immigrati personaggi pericolosi dediti allo sfruttamento di altri cinesi costretti a lavorare in nero, in condizioni di semi-schiavitù in opifici di varia natura che ogni tanto vengono chiusi dopo le irruzioni dei Carabinieri e della Guardia di Finanza.
Si sono inoltre consolidate associazioni a delinquere, tipo Triade, dedite allo spaccio di stupefacenti e alla prostituzione.
Recentemente la traduzione al Comando dei Vigili di un cinese per alcune irregolarità ha provocato una vera e propria sommossa con vigili picchiati e auto sfasciate, sedata solo dopo dall’intervento massiccio delle forze dell’ordine.
E’ un caso emblematico che persino in una comunità integrata dedita principalmente al commercio e alla ristorazione si è infiltrata una delinquenza violenta senza leggi e senza rispetto per la nazione che li ospita e neppure per i propri connazionali integrati. Cosa hanno fatto i nostri politici, anche quelli del Comune di Centro Destra, per isolare i delinquenti dalla parte sana della comunità che finora era radicata e perfettamente integrata da moltissimo tempo e per reprimere l’illegalità con i mezzi e le leggi vigenti? Da noi si prende coscienza dei problemi solo quando esplodono, una azione di prevenzione quasi mai viene attuata.
3) ASPETTI SOCIALI
In Italia siamo propensi a generalizzare. Di questa nostra pessima attitudine sono corresponsabili i media che spesso semplificano o amplificano fatti di cronaca ingenerando nell’opinione pubblica una sproporzionata attenzione e reazione a fatti che meriterebbero una minore enfasi. I dibattiti televisivi condotti da professionisti senza scrupoli, preoccupati solamente di aumentare l’audience e quindi i loro profumati cachet, disinformano e indirizzano le convinzioni degli spettatori.
Valutiamo alcuni aspetti dell’impatto dell’immigrazione nella nostra società senza paraocchi e preclusioni ideologiche.
3.1) LAVORO
Molti imprenditori disonesti traggono profitto dalla disperazione degli immigrati disoccupati assumendoli in nero con paghe ridicole. L’immigrato si adegua perché deve sopravvivere e perché anche 600 euro al mese sono dieci volte il salario che percepirebbero a casa sua, ammesso che trovasse lavoro. In questo modo si toglie lavoro alla manodopera italiana e si danneggiano gli imprenditori onesti che vengono così ad avere costi superiori rispetto ai concorrenti disonesti.
Pochi osservano che gli imprenditori disonesti che assumono in nero sono perseguibili dalla legge italiana. Non dovrebbe essere difficile smascherarli e punirli: basterebbe che ci fosse uno Stato serio che si dotasse di mezzi di controllo capillare, dando così lavoro a funzionari efficienti e veramente utili alla collettività, invece della pletora di impiegati dello Stato nullafacenti assunti in eccesso dal politico locale per procurarsi voti.
Ho seguito recentemente un servizio alla televisione sul mercato ortofrutticolo di Milano, uno dei più grandi d’Europa. Un sindacalista denunciava che di notte molti immigrati clandestini saltano la recinzione e si offrono come manovalanza per un tozzo di pane. Alcuni imprenditori disonesti dell’ortomercato li assumono, ovviamente in nero, altri rifiutano le rivendicazioni salariali dei loro impiegati regolari con il ricatto di mandarli a casa e utilizzare l’abbondante manodopera extracomunitaria. E tutto ciò avviene perché semplicemente non c’è alcun controllo!
Per quanto riguarda i numerosi immigrati impiegati regolarmente, molti in Italia si chiedono se ciò rappresenti comunque un danno per i lavoratori italiani, in quanto i bassi salari percepiti dai primi influiscono negativamente anche sui salari degli italiani.
Io credo che ciò si verifichi solo in minima parte. Gli stipendi oggi in Italia sono generalmente appiattiti verso il basso. Esistono minimi salariali in ogni contratto collettivo al di sotto dei quali non si può scendere. Se un lavoratore viene assunto a tempo indeterminato fruisce automaticamente degli aumenti contrattuali e di anzianità indipendentemente dal suo stato sociale. Per gli imprenditori onesti che assumono immigrati non c’è, nella maggior parte dei casi, il pericolo di ricatto verso i lavoratori italiani. Dove sussiste ci sono i Sindacati, se no cosa ci stanno a fare?
3.2) SICUREZZA SUL LAVORO
Un altro aspetto sociale importante è dato dalla sicurezza sul lavoro dove sono vittime in misura maggiore lavoratori immigrati. Si potrebbe legare quindi questo fenomeno alla deregolazione incrementata dal lavoro in nero di molti immigrati.
E’ bene precisare che i morti e i feriti che insanguinano ogni anno fabbriche e cantieri di tutta Italia oggi si trovano principalmente nell’edilizia.
Nell’industria, malgrado la spaventosa sciagura alla Thyssen di Torino, imputabile certamente alla colpevole negligenza dell’azienda nella attuale logica turbocapitalista delle multinazionali, gli incidenti sono minori.
Se venisse rigorosamente applicata la Direttiva Macchine europea recepita dall’Italia e conglobata nella legge 626, nessun lavoratore subirebbe in fabbrica alcun danno dovuto al macchinario, causa primaria solo qualche decennio fa di numerosissimi incidenti. Oggi esistono e vengono (o meglio, dovrebbero venire) installati per legge dispositivi di controllo di vario genere che bloccano il movimento della macchina ogni qualvolta l’operatore entra in una zona pericolosa.
Ciò ovviamente non impedisce fatalità come essere investiti da un mezzo di trasporto o schiacciati da un muletto che si ribalta, ma le maggiori fonti di rischio sono controllate in modo totale.
Se in alcune imprese non vengono applicate le disposizioni della legge sulla sicurezza ciò non è colpa dell’immigrazione ma è dovuto alla scarsità di controlli da parte delle autorità preposte che hanno un organico insufficiente per effettuare tali controlli in modo capillare e con cadenza periodica.
Lo stesso discorso vale per l’edilizia, che è attualmente la fonte principale delle “morti bianche”, dove i pericoli sono maggiori ma difficilmente controllabili. Tuttavia i muratori dovrebbero almeno indossare un casco e ancorarsi ai ponteggi nelle zone a rischio, cose che non fanno abitualmente. E’ comprensibile che in queste condizioni l’incidenze degli immigrati vittime di incidenti sia maggiore.
Le imprese edili sono numerose, molto piccole nella maggioranza dei casi. Qui gli imprenditori, senza un controllo efficace, fanno quello che vogliono compresa l’assunzione di immigrati in nero, non obbligando i propri dipendenti a rispettare quelle minime norme di sicurezza stabilite per legge.
3.3) DELINQUENZA
Spesso l’italiano percepisce l’immigrato come un delinquente potenziale. Ciò è conseguente alla elevata percentuale di immigrati tra i carcerati e ai numerosi fatti di cronaca noti a tutti. Bande di delinquenti che assaltano ville e case isolate e spesso, oltre a rubare, seviziano e uccidono i malcapitati. Ripetuti fatti di cronaca nera e di sangue tra le stesse comunità di immigrati e contro italiani, ecc. Praticamente ogni giorno.
Non si valutano a sufficienza fatti contrari, come rapine e crimini sventati da extracomunitari o alcuni salvataggi di persone in grave pericolo effettuati da immigrati a volte anche a prezzo della loro vita. Persino in gravissimi episodi l’opinione pubblica reagisce in modo paranoico senza fare una valutazione obiettiva.
Prendiamo ad esempio l’episodio delle due puttanelle romene che a Roma hanno ucciso una ragazza italiana nel metrò.. Dopo un alterco per futili motivi una delle due ha colpito l’italiana con un ombrello. Per disgrazia la punta dell’ombrello è penetrata con forza in un occhio della ragazza italiana uccidendola. L’episodio ha scosso l’opinione pubblica e sull’onda dell’emozione la romena è stata arrestata con l’accusa di omicidio volontario. Anche per me che non sono un giurista è sembrata eccessiva l’accusa, giustificabile se la romena avesse ucciso con un coltello o con qualunque altra arma in suo possesso. L’ombrello è usato da tutti e nessuno lo considera un’arma che può uccidere.
Al processo l’accusa è stata giustamente derubricata in omicidio preterintenzionale ma la condanna a 13 anni, se non vado errato, mi sembra eccessiva e motivata più da fattori emotivi che di giustizia.
E’ giusto che la romena sia condannata, ha distrutto la vita di una sua coetanea, ma ciò è avvenuto per una caso fortuito nel corso di una lite dove evidentemente non c’era l’intenzione di uccidere.
Come contrappasso vi è una sentenza della magistratura molto più blanda per il delinquente rom che, ubriaco fradicio, ha falciato, uccidendoli, quattro ragazzi nelle Marche. Non ho capito perché questo tizio è stato inviato in un residence agli arresti domiciliari e un demente imprenditore locale senza scrupoli e senza un briciolo di etica l’ha ingaggiato come testimonial per una marca di jeans. Per questo fatto l’opinione pubblica avrebbe dovuto insorgere contro il magistrato che lo ha condannato a una pena troppo lieve e contro l’imprenditore, almeno boicottando le vendite dei suoi prodotti.
Altro episodio: il romeno che a Roma a investito con la sua macchina a folle velocità gente alla fermata di un mezzo pubblico ferendone diversi e rischiando una carneficina. Era al volante di una BMW ubriaco e drogato. Lo strano è che viveva poco distante in un fatiscente campo nomadi. Dove prende i soldi per drogarsi e possedere una BMW?
Mancanza di controlli costanti, accettazione praticamente senza condizioni dell’immigrato come dovere morale assoluto di un Paese ricco nei confronti dei più poveri, immigrati senza lavoro che vivono in condizioni sub-umane indegne di un Paese civile, portano la parte peggiore o più debole degli immigrati a delinquere e ad essere reclutati come manovalanza a buon mercato dalla criminalità organizzata. E’ inutile stupirsi e indignarsi. Quanti italiani ruberebbero se si trovassero senza lavoro e senza mezzi senza poter dare da mangiare ai propri figli? Si dovrebbero prevedere questi fenomeni prima e prendere a monte quei provvedimenti atti ad evitarli.
3.4) PROSTITUZIONE
Oggi la prostituzione sulle strade è quasi completamente passata in mano agli immigrati, sia per quanto riguarda le prostitute che i protettori.
Si dice che la prostituzione è il più antico mestiere del mondo, esiste, è esistito, esisterà fino alla fine dell’uomo. Non sono un moralista alla Don Benzi, considero la donna che volontariamente si prostituisce come una persona che fa male solo a se stessa, svilendo la propria dignità, ma senza commettere un reato. E cosi non criminalizzo chi usufruisce del sesso a pagamento. Personalmente sarei favorevole a una regolamentazione del fenomeno abolendo la legge Merlin anche per evitare l’attuale degrado nei luoghi pubblici.
Ma c’è una cosa che mi indigna profondamente e che non trova una sufficiente attenzione nei media e nell’opinione pubblica, ed è lo sfruttamento della prostituzione compiuto da ricche bande di delinquenti. Questi individui, in parte extracomunitari, specie albanesi e cinesi, e in parte affiliati alle varie mafie italiane che hanno fiutato gli enormi guadagni in questo settore, schiavizzano ragazze, soprattutto dell’Est europeo, a volte anche minorenni.
Le inducono a venire in Italia con il miraggio di un lavoro sicuro e una volta arrivate nel nostro Paese vengono violentate, brutalmente picchiate, con minacce di morte a loro e ai loro parenti rimasti a casa se intendono ribellarsi o scappare dai loro aguzzini.
Ogni tanto i carabinieri, molte volte su segnalazione di qualche cliente impietosito dalla storia della sua occasionale compagna, catturano una banda e la mettono in galera, liberando le schiave. Non si sa che punizioni vengono comminate a questi delinquenti con il nostro sistema lassista, probabilmente vengono espulsi per poi tornare da noi clandestinamente a rimettere in piedi la loro lucrosa attività. Questi criminali schiavizzano povere ragazze e qualche volta le ammazzano anche, rimanendo quasi sempre impuniti. Vedi casi recenti di cronaca nera.
Quanto detto non avviene in una lontana repubblica caucasica e dell’Africa sub-sahariana. Avviene qui in Italia, nella nostra città, nella nostra via, sotto casa nostra.
Ognuno di noi rincasando la sera ha visto queste ragazze sui marciapiedi delle nostre città, molte di loro appartengono alle schiave che nessuno libera dalla loro orribile condizione.
Eppure un sistema per stroncare questo fenomeno ci sarebbe con una stretta collaborazione tra le forze di Polizia e la Guardia di Finanza. La Finanza che grazie ai potenti mezzi di indagine bancari, informatici, ecc. sa quanti soldi ognuno di noi ha in questo momento nel portafoglio, potrebbe sicuramente verificare i conti e il tenore di vita degli sfruttatori che senza fare apparentemente nulla dal mattino alla sera sono proprietari di beni mobili e immobili rilevanti. Ma Polizia e Finanza devono seguire le direttive della nostra dirigenza politica che non si interessa di queste piccole cose. Così nella civile Italia, patria del diritto e del cristianesimo, assistiamo impotenti alla tratta e allo sfruttamento degli schiavi del ventesimo secolo.
Oggi la tendenza prevalente delle belle menti che governano è quella di multare prostitute e clienti pensando così di risolvere il problema radicalmente. E’ evidente che i mercanti del sesso non possono rinunciare alle loro galline dalle uova d’oro e sposteranno il loro parco di prostitute dalle strade alle abitazioni private. In questo modo sarà ancora più difficile il controllo della prostituzione da parte della polizia, sarà impossibile combattere lo schiavismo delle prostitute bambine e si sposterà il degrado dalle strade ai caseggiati e ai quartieri, con danni economici e alla quiete degli sfortunati condomini.
4) ASPETTI ECONOMICI
L’immigrazione comporta aspetti positivi e negativi per la nostra economia, al di là della regolarizzazione degli immigrati. Abbiamo visto come il lavoro in nero rappresenti una perdita economica per lo Stato in termini di minore gettito fiscale e contributivo oltre a drogare il sistema economico ponendo le aziende che lo praticano in condizioni di concorrenza sleale nel confronto con le imprese “virtuose”.
Immaginiamo comunque che tutti gli immigrati abbiano un lavoro regolare e paghino regolarmente le tasse e i contributi. A queste condizioni la loro presenza sarebbe positiva o negativa per la nostra economia? Un’acuta osservazione sul Quaderno dell’Immigrazione rileva che una parte dei guadagni degli immigrati in Italia, tolte tasse, contributi e spese per il proprio mantenimento, torna ai Paesi di origine a favore dei familiari ancora ivi residenti.
Negli anni della ripresa economica italiana, rileva inoltre la nota, le rimesse dei nostri emigrati costituirono una parte cospicua per il risanamento del nostro bilancio. Dobbiamo ora pensare a un fenomeno inverso: una parte di quanto costituisce il nostro bilancio è solo virtuale perché ingenti somme di denaro non rimangono in Italia ma sono dirottate all’estero.
Per l’anno 2007 le rimesse degli immigrati in Italia verso i propri paesi d’origine sono state stimate in 4,4 MILIARDI DI EURO. Questo dato proviene dalla Banca d’Italia e dall’Ufficio Italiano dei Cambi e quindi non tiene conto dei trasferimenti e delle transazioni non ufficiali fatte da intermediari o da familiari degli immigrati che porta almeno a raddoppiare la cifra sopra riportata.
Secondo stime prudenziali del FMI le rimesse degli immigrati non trasferite con i canali ufficiali valgono quelle ufficiali portando così la cifra sopra considerata al doppio, mentre altre fonti ipotizzano valori maggiori da 3 a 5 volte.
Un’altra considerazione da fare riguarda il maggiore tasso di natalità degli immigrati rispetto agli italiani. Ne deriva un’incidenza maggiore dei costi dello Stato per gli immigrati in termine di spese sociali. scuole, sanità, ecc.
Rimarrebbe quindi come unico fattore positivo la copertura di posti di lavoro che altrimenti risulterebbero vacanti. La differenza fra i benefici del maggiore introito fiscale e contributivo dato dagli immigrati e i lati negativi sopra citati dovrebbero essere attentamente analizzati dagli economisti per quantificare in modo corretto un bilancio economico dell’immigrazione in Italia.
Uno studio approfondito di questo tipo dovrebbe essere obbligatorio da parte del governo e realizzato al più presto, per valutare in modo corretto i propri conti economici e per conoscere il break-even point della crescita immigratoria al di sopra del quale non si assicura uno sviluppo sostenibile alle nuove generazioni di italiani.
5) INTEGRAZIONE FORZATA
L’integrazione della comunità straniera nella nazione che la accoglie a mio parere non dovrebbe essere solo auspicata ma imposta.
Pur con il doveroso rispetto da parte nostra della cultura, religione e legami con la terra di origine degli immigrati, gli stranieri che vivono e lavorano in Italia dovrebbero integrarsi maggiormente rispettando a loro volta e assimilando non solo le leggi, ma anche la cultura, le tradizioni e i costumi del popolo italiano. Solo in questo modo non si creano ghetti e isole etniche avulse dalla popolazione che li accoglie.
Quanto detto non è facile con taluni immigrati e soprattutto con le prime generazioni che sono arrivate in Italia. Dovrebbe essere molto più semplice con i figli degli immigrati che sono nati qui e frequentano le nostre scuole. Sono ormai mezzo milione i figli di immigrati che studiano nelle scuole italiane: il 5,7% nelle materne, il 6,8% alle elementari, il 6,5% alle secondarie di 1° grado e il 3,6% in quelle di 2° grado, per un totale del 5,6% di tutti gli studenti in Italia (fonte: Ministero della Pubblica Istruzione – anno 2007)
Il permesso di soggiorno dovrebbe essere concesso solo agli immigrati che conoscono sufficientemente la nostra lingua, le nostre leggi e i nostri costumi. Dovrebbe quindi essere rilasciato dopo corsi specifici con un esame finale che verifichi il loro livello di apprendimento. Abbiamo un enorme corpo insegnante nella nostra scuola da cui selezionare un buon numero di docenti, ovviamente pagati per questo lavoro supplementare. Abbiamo strutture scolastiche sotto-utilizzate dato il decremento demografico o comunque utilizzabili nelle ore pomeridiane e serali.
E’ probabile che in questo modo gli immigrati si sentano più vicini alla comunità umana che li accoglie. I giovani che studiano nelle nostre scuole parlano perfettamente l’italiano, acquisiscono facilmente le abitudini dei loro coetanei italiani e pensano come loro dimenticando abitudini e a volte persino la lingua del Paese d’origine dei loro genitori, come spesso accadeva con i figli dei nostri emigrati. Solo con la condivisione di usi e costumi della patria di adozione da parte degli immigrati si può pensare di creare una nuova generazione di italiani acquisiti ma legati ai nostri interessi. Se falliamo in questa azione ci ritroveremo a fare i conti con maggiori problemi etnici per giovani sradicati come i francesi di origine maghrebina, teppisti delle banlieu, o i cittadini inglesi di origine asiatica cresciuti nelle scuole britanniche ma simpatizzanti dei terroristi di Al Qaeda.
Questi argomenti d’ordine generale non sono parimenti applicabili a tutte le etnie. La comunità musulmana è indubbiamente più refrattaria a un’integrazione. Tuttavia anche in questo caso stiamo facendo errori madornali che peggiorano la situazione confondendo spesso costumi con religione, attribuendole alla religione islamica abitudini barbariche, forse per l’ignoranza diffusa degli italiani sull’Islam.
Per fare un esempio la massima autorità religiosa egiziana il Gran Mufti Ali Ganaa del Cairo si è pronunciato ufficialmente contro il taglio della clitoride alle bambine che è proibita in maniera assoluta dall’Islam (ANSA del 4 luglio 2007). Se tanti ancora la praticano in Egitto e in diverse nazioni islamiche lo fanno per un costume ancestrale e barbarico che non ha nulla a che vedere con la religione .
Se con la proposta espressa pocanzi si imponesse prima di dare un permesso di soggiorno di fare un esame chiedendo ufficialmente all’immigrato di rispettare le nostre leggi e i nostri costumi (cosa che in molte altre nazioni fanno) l’immigrato capirebbe che per vivere nel nostro Paese si deve adeguare a quanto gli viene richiesto. Se non vuole adeguarsi è libero di scegliersi un altro Paese di suo gradimento.
Invece da noi non si fanno i presepi a Natale nelle scuole per non offendere le religioni altrui, si toglie dalle mense scolastiche l’economica ma energetica bistecca di maiale per non offendere i mussulmani e gli ebrei e via di questo passo. Tra poco nasconderemo le chiese con enormi impalcature e teloni per non offendere qualcuno.
Tutte le volte che mi sono trovato in una nazione islamica mi sono adeguato alle loro usanze. Non mi infastidivo per il prolungato cantilenare dei muezzin, non sorridevo alle loro ripetute e rituali preghiere, non bevevo alcolici nei Paesi dove era proibito, non avevo crisi nel vedere dappertutto i simboli islamici della mezzaluna fertile.
Non vedo perché loro non possono adeguarsi ai costumi della nazione che li ospita e gli consente di rifarsi una vita. Molti di loro ci sono riusciti, possono farlo anche gli altri. Il giorno in cui per i loro bambini alla mensa scolastica c’è la bistecca di maiale i più integralisti possono, a loro spese per quel giorno,fornirli di cibo alternativo senza pretendere che tutti gli altri si adeguino ai loro costumi.
D’altra parte con uno Stato che cede a ogni pretesa degli extracomunitari, con una scuola che non insegna costumi e tradizioni patrie nemmeno agli studenti italiani è veramente difficile che gli stranieri si integrino.
Un altro aspetto fortemente negativo è dato dalla presenza dei Rom.
In italiano si dovrebbero chiamare “zingari” ma poiché questa parola ha ormai una connotazione spregiativa vengono da tutti chiamati “rom” perché è più elegante, non suona razzista, anche se la maggior parte della gente pensa, sbagliando, che rom voglia dire romeno, mentre nella loro lingua significa semplicemente “uomo”.
Gli zingari sono un popolo tuttora nomade di probabile origine dell’India del Nord, presente in molti Paesi d’Europa e dell’Asia. Ci sono diverse stirpi gitane anche con evidenti differenze etniche e di costumi come per esempio quelle della Francia meridionale o della Spagna.
Da noi c’è una presenza massiccia di circa 150.000 unità, per lo più con passaporto romeno o dei paesi dell’Est. In Romania li detestano cordialmente e sono molto contenti che un buon numero sia venuto in Italia.
Da noi, non essendo stanziali, difficilmente cercano un lavoro fisso. Campano di espedienti, elemosine, furti e furtarelli. Pur non godendo di proventi regolari continuativi, possiedono spesso importanti roulotte e macchine costose.
E’ più che evidente che gli abitanti di un quartiere che vedono una carovana di zingari accamparsi nelle vicinanze entrino in agitazione temendo, a ragion veduta, che le loro case siano svaligiate,per non parlare del degrado anche in termini di igiene che si verifica nelle aree che occupano.
Non si capisce come in Italia gli zingari siano tollerati da decenni. Da sindaci, con in testa “Uolter” Veltroni , a parroci terzomondisti, tutti da noi fanno a gara per procurargli spazi, prefabbricati, allacciamenti idrici e elettrici e classi differenziate per i bambini.
Gli zingari sono zingari, non gliene frega niente di integrarsi, di mandare i figli a scuola e di fare un lavoro vero. Se in una carovana composta da 200 persone di cui 100 sono bambini, 3 di questi vanno a scuola e 2 adulti hanno un lavoro regolare vale la pena di tenere in piedi il campo?
Sono sufficienti pochi elementi positivi per parlare di “integrazione” di quella comunità rom?
Si carica il Comune di costi aggiuntivi totalmente inutili, si esaspera la popolazione limitrofa.
L’azione delle nostre belle menti ecumeniche pro-rom mi fa venire in mente quella dei boys-scout che per fare la loro buona azione quotidiana prendono di peso la vecchietta e la portano sul marciapiede di fronte senza che questa ne abbia la minima intenzione.
Se alcuni di noi, cittadini italiani che paghiamo le tasse, portiamo una roulotte su un prato dopo nemmeno mezz’ora arrivano i vigili che ci ingiungono di sgomberare immediatamente affibiandoci una multa salata per occupazione abusiva del suolo pubblico.
Se queste comunità non dimostrano che la maggior parte dei loro componenti hanno una fonte di reddito regolare e documentata dovrebbero essere espulse dal nostro Paese come indesiderabili, accettandone solo le persone che svolgono un lavoro regolare, mandano a scuola i loro bambini e dimostrano una chiara intenzione di integrarsi nella nostra Società.
6) CONCLUSIONI
Dalle valutazioni fin qui fatte si evince che l’immigrazione può essere una risorsa ma comporta diversi problemi. La carenza di una chiara e non demagogica politica immigratoria, non perseguita in Italia dai diversi governi che si sono succeduti negli ultimi decenni, non ha consentito finora di gestire correttamente i vari problemi.
Non possiamo aprire le porte a tutti i diseredati del mondo perché in tale modo depaupereremmo irreversibilmente tutte le nostre risorse e l’Italia diventerebbe un Paese invivibile anche per gli italiani oltre che per gli stranieri.
Al tempo stesso non si può tollerare che in un Paese di antica cultura come il nostro vivano immigrati in condizioni sub-umane, stipati con la prole in sordide e malsane baracche che i servizi televisivi mostrano a noi e a tutto il mondo praticamente ogni giorno ledendo gravemente l’immagine dell’Italia.
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E’ prevedibile che le immigrazioni più massicce nei prossimi anni si verificheranno dall’Africa come dimostrano le avanguardie di disperati che sfidano quasi ogni giorno la morte nell’attraversamento del canale di Sicilia su fatiscenti imbarcazioni
Questa convinzione mi deriva anche da una recente esperienza che ho fatto nell’Africa equatoriale, in Guinea. Per una settimana ho visitato diverse province dell’interno e nella successiva sono stato ospitato nell’orfanotrofio di Sobanet fondato da Riccardo, un industriale bresciano che a un certo punto della sua vita ha ceduto tutto ed è andato in Africa per alleviare le sofferenze di quelle popolazioni.. Questo viaggio, soprattutto vedendo la corruzione di una classe dirigente avida e spietata e l’indigenza della stragrande maggioranza della popolazione, mi ha portato a fare alcune riflessioni sugli errori commessi anche dai Paesi occidentali e sull’impatto che questi errori potrebbero avere nell’immediato futuro sull’immigrazione dal terzo mondo verso i Paesi più ricchi, compreso il nostro.
Nel corso del mio viaggio in Guinea ho avuto occasione di parlare con diverse persone: operatori italiani e stranieri con lunga esperienza di lavoro in Africa, preti cattolici e imam mussulmani, politici locali, funzionari europei e guineani della cooperazione internazionale. A Dabola durante il mio viaggio all’interno del Paese ho visto dottori di Medici Senza Frontiere che si recavano verso il Mali per una campagna di vaccinazioni contro il colera appena manifestatosi in quella zona.
Il quadro che mi sono fatto parlando con tutte queste persone è drammatico e avvilente.
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Parliamo innanzitutto degli aiuti dei Paesi ricchi verso quelli poveri. Vi è una miriade di Associazioni Umanitarie che apparentemente svolgono, o meglio dovrebbero e potrebbero svolgere, un importante ruolo nell’aiuto ai Paesi emergenti.
Purtroppo data l’estesa corruzione in gran parte dei Paesi del Terzo Mondo, ben pochi rivoli del grande fiume degli aiuti giunge a destinazione. Derrate alimentari e materiale di ogni genere proveniente da Stati, Enti o dalla generosità di tanti benefattori privati vengono incamerati dalle Autorità locali e poi rivenduti al prezzo di mercato realizzando enormi guadagni.
Quindi poche persone ultra ricche che si possono permettere tutto accentrando nelle loro mani enormi risorse economiche con le quali si assicurano la benevolenza di altri poteri forti come le caste militari, consolidando e perpetuando così il proprio potere personale.
Le persone povere, cioè la stragrande maggioranza della popolazione, rimangono tali al limite della sopravvivenza arrangiandosi come possono.
Si può quindi capire che avvengano scandali come quelli denunciati recentemente dai giornali della prostituzione e abusi sessuali su bambine anche di otto anni perpetrati in campi profughi da chi dovrebbe rappresentare il “volto buono” dei Paesi civili e cioè militari dell’ONU e operatori della cooperazione internazionale.
Vi è poi uno scandalo che è tutto “bianco”. Effettivamente le grandi Associazioni umanitarie internazionali vanno incontro nella loro azione a spese consistenti: viaggi intercontinentali, apertura e gestione di uffici distaccati locali, spese di locomozione e stipendi per i propri funzionari, promozione pubblicitaria ecc.
E’ comprensibile che quindi una parte delle donazioni vadano a coprire queste spese. Ma non è accettabile,come mi è stato confermato da più parti, che un grande e ben conosciuto Ente umanitario internazionale che opera ormai da decenni utilizzi il 95% delle copiose donazione che riceve ogni anno da ogni parte del mondo per coprire il proprio bilancio!
In parole povere, di ogni 100 Euro che doniamo a questo Ente forse solo 5 vanno a destinazione, dico forse perché il 5% il più delle volte si disperde in altri regali, diciamo in modo più corretto:tangenti, per le Autorità del luogo.
Altri scandali sono legati alla cancellazione dei debiti che gli Stati poveri hanno contratto con quelli ricchi, compreso l’Italia, cancellazione in molti casi accordata in cambio dell’utilizzo progressivo del denaro così risparmiato per progetti di pubblica utilità che mai si realizzano o si fanno con il contagocce.
Nelle varie capitali africane ci sono uffici di rappresentanza degli Stati creditori che dovrebbero promuovere e controllare questi progetti. I relativi funzionari, profumatamente retribuiti da tutti noi, cosa fanno? Chi controlla il loro operato?
Progetti che non vengono realizzati, fatture fasulle o gonfiate, stipendi elevatissimi dei funzionari e sperperi di ogni genere fanno pensare che molte Associazioni ed Enti di cooperazione svolgano attività filantropica più verso i propri dipendenti e dirigenti che verso i bisognosi.
Quanta gente generosa in tutto il mondo e stata così truffata finora? Il mio convincimento è quello di dare soldi e aiuti solo a quelle missioni, religiose o laiche, che operano in campo e di cui si può controllare l’effettivo impiego degli aiuti ricevuti.
Aiutare l’Africa e gli africani non è solo un dovere morale verso esseri umani che hanno avuto la sfortuna di nascere in una terra ricca di risorse ma degradata dall’uomo. E’ anche un nostro preciso interesse e non ci dobbiamo nascondere dietro la miope valutazione “ che sono tanto distanti da noi”
I Paesi africani sono oggi più arretrati che dall’inizio della decolonizzazione. Le poche infrastrutture lasciate dalle vecchie Potenze coloniali si sono in gran parte dissolte. I telefonini e gli altri “status symbol” della globalizzazione non risolvono la situazione di fondo ma ingenerando attrattive di beni non primari contribuiscono a rafforzare la corruzione.
Permangono solo le grandi multinazionali che sfruttano le abbondanti risorse naturali i cui introiti e le royalties destinate ai governi locali non vanno certo ad accrescere il tenore di vita delle popolazioni e che hanno interesse al mantenimento della attuale corrotta classe dirigente africana.
Alle potenze coloniali di un tempo, oltre che le multinazionali, si sono sostituite nazioni in forte sviluppo delle loro economiche che necessitano di quantitativi ingenti di materie prime come la CINA e che stanno depredando l’intero continente, con danni incalcolabili all’ambiente.
Un aspetto sintomatico dell’aggressività speculativa dei cinesi si vede con la loro politica di supporto al governo sudanese nella questione del Darfur. Infatti nel sottosuolo del Darfur si nasconde un mare di petrolio!
Dovremmo infine anche parlare del dissennato depauperamento delle risorse ittiche da parte dei Paesi europei, con in testa l’Italia. Per fare fronte alla richiesta di prodotti ittici non più reperibili nei nostri mari, L’unione Europea ha stipulato un accordo con 21 nazioni dell’Africa equatoriale per la pesca nei loro mari, pagando una salata licenza.
Il risultato è il seguente: grandi pescherecci oceanici europei stanno razziando i mari dell’Africa equatoriale, i soldi delle licenze se li intascano i governi locali, le popolazioni rivierasche che vivono essenzialmente di pesca non hanno visto un soldo ma nel contempo vedono rarefarsi ogni giorno i pesci che rimangono impigliati nelle loro reti.
Anche se nascere e vivere nella precarietà porta alla assuefazione, il continuo confronto tra chi non ha nulla ed i pochi che hanno tutto genera prima o poi fermenti di rivolta, cosa che si sta già manifestando in molti Paesi africani.
Le ragioni negative non sono sempre le migliori, ammonisce Alain de Benoist.
Non è detto che le rivoluzioni che nei prossimi decenni in Africa spazzeranno via regimi corrotti andranno nella giusta direzione. Potrebbero nascere regimi sanguinari, fondamentalismi di ogni genere o politici ancora più corrotti. In questo scenario ogni prospettiva, anche la più catastrofica, si può verificare in un continente malgovernato e sempre più spogliato delle sue risorse, che sembra un vulcano in procinto di esplodere.
Potremmo avere masse, ancora più numerose di quelle attuali, spinte verso l’Europa per fame, malattie o persecuzioni politiche, religiose o etniche. Masse di gente disperata, malnutrita, ammalata.
Cosa può fare l’Europa per salvare l’Africa e probabilmente se stessa?
Può fin d’ora ridurre drasticamente la corruzione delle Autorità locali imponendo e controllando l’attuazione dei piani di sviluppo garantiti dai nostri soldi, rifiutando tangenti ai politici corrotti con la minaccia di chiudere i rubinetti dei finanziamenti. Si migliorerebbe così il tenore di vita delle popolazioni, si garantirebbe una migliore istruzione e assistenza sanitaria e si farebbe crescere gradualmente una nuova generazione più preparata e meno succube dei corrotti politici locali.
Una azione di questo genere dovrebbe evidentemente essere concertata tra tutte le nazioni europee e implicare una più attenta e presente politica dell’Europa verso l’Africa
Se non si provvede in tempo con una azione unitaria di tutti gli Stati europei imponendosi anche alle altre Potenze globali quali USA, Cina e Giappone si perpetua questa situazione senza sbocco, pericolosa anche per noi, diventando complici di un genocidio di immani proporzioni.
Una mia ultima considerazione personale. Conoscendo un poco più da vicino gli africani, vivendo, parlando, mangiando, giocando con loro mi sono convinto che la cosa migliore è aiutarli a crescere nel loro ambiente come fanno Riccardo e i missionari. Il modo di vivere, la mentalità, i tempi, i rapporti sociali sono molto diversi da noi occidentali. L’inserimento nella nostra Società per la maggior parte di essi rappresenta uno sradicamento traumatico dai loro valori tradizionali.
Gli africani devono essere aiutati a svilupparsi nei loro Paesi seguendo i loro metodi tradizionali senza imporre i nostri sofisticati standard occidentali. Possiedono ricchezze naturali e agricole che potrebbero soddisfare sicuramente i loro bisogni primari senza costringerli a cercare la via della emigrazione per sopravvivere.
Umberto Massimino
20-11-2008
Proviamo quindi a ragionare.
1) IMMIGRAZIONE IN ITALIA ED EUROPA
Prendendo i dati del Quaderno Polaris “L’immigrazione” vediamo che gli stranieri in Italia nel 1999 erano circa 1,2 milioni con un’incidenza sul totale della popolazione residente di poco superiore al 2%,. con una maggiore concentrazione di immigrati nel centro e nord Italia, dove le possibilità di lavoro sono evidentemente maggiori rispetto al Sud e alle Isole,
A distanza di quasi dieci anni gli stranieri nel nostro Paese sono quasi triplicati, oggi sono circa 3,5 milioni e rappresentano circa il 6% della popolazione residente in Italia
Se valutiamo il rapporto con le altre nazioni europee, gli stranieri in Italia non sono moltissimi.. Ce ne sono di più in Germania (9%), in Austria (9,1%), in Belgio (8,9%), in Francia (6,3%).
Tuttavia valutando quanti di questi stranieri residenti sono comunitari vediamo che in Belgio, Francia e Germania ve ne sono in valori rilevanti. Ciò deriva dal fatto che molti cittadini italiani, spagnoli e portoghesi sono emigrati negli ultimi decenni proprio verso questi Paesi e a questi se ne sono aggiunti più recentemente molti altri dai Paesi comunitari dell’Europa dell’Est.
Dalle statistiche non si rileva tuttavia il numero di quanti dall’Italia, dai Paesi iberici o dai Paesi dell’Est si sono naturalizzati soprattutto in Belgio e in Germania e i loro figli generalmente hanno preso la cittadinanza del Paese di adozione.
Stesso ragionamento può essere fatto per la Francia e l’Inghilterra dove hanno preso da tempo la cittadinanza cittadini extra-europei provenienti per lo più dalle loro ex colonie e quindi non compaiono nelle statistiche degli immigrati essendo cittadini di quelle nazioni a tutti gli effetti
In questo contesto si comprende come l’immigrazione in Europa, attuale o recente, sia un fenomeno molto superiore alle statistiche ufficiali.
Nella prosperosa Germania hanno trovato rifugio dal dopoguerra a oggi milioni di iugoslavi, ungheresi, polacchi, immigrati provenienti dalle altre nazioni dell’ex blocco sovietico (oggi si incontrano molti cittadini tedeschi con il cognome inequivocabilmente slavo) oltre a moltissimi turchi. Quindi quando qualcuno si lamenta: “Sul tram vedo solo immigrati…”, “in quella via ci sono solo marocchini…” può forse avere ragione ma l’immigrazione in Italia come fenomeno non è per il momento così rilevante come in altri Paesi europei, si tratta semplicemente di gestirlo correttamente, se ancora è possibile.
Infine vediamo che gli immigrati in Italia provengono da quattro grandi aree: Paesi dell’Est Europa con preponderanza dalla Romania (625.000 persone) e Albania (420.000), Maghreb e Africa Nera con preponderanza dal Marocco (365.000) poi Egitto (70.000) e Senegal (63.000).
Asia: Cina (160.000) Filippine (106.000), India (78.000), poi Pakistan e Sri-Lanka.
Centro America: Ecuador (74.000), Perù (71.000), ecc.
Dalle cifre sopra riportate la multietnicità attuale delle Società europee, considerando anche gli immigrati naturalizzati come si vede in modo tangibile soprattutto in Francia ed in Inghilterra, è un fenomeno ormai di così vaste proporzioni che sta snaturando l’identità di molte nazioni europee.
Inoltre se in Italia il flusso migratorio si manterrà con lo stesso tasso dell’ultimo decennio sarà impossibile assicurare uno sviluppo sostenibile al nostro Paese.
2) MOTIVI DELL’IMMIGRAZIONE IN ITALIA
Considerando la variegata composizione dell’immigrazione in Italia e la forte accelerazione impressa alla stessa negli ultimi decenni ce ne dobbiamo chiedere le ragioni.
Gli immigrati provengono ovviamente da nazioni povere dove la mancanza di lavoro e di prospettive per il futuro motiva tanta gente a tentare la fortuna all’estero. E’ successo a noi italiani in diverse epoche ma anche a tedeschi, inglesi, irlandesi, ecc. Succedeva spesso nelle città-stato dell’antica Grecia dove le limitate risorse della terra non permettevano a un certo punto di fare fronte all’incremento demografico. Raccoglievano allora una massa di persone propense o indotte forzosamente all’avventura, le imbarcavano sulle navi e le allontanavano dalle città. Per loro fortuna a quei tempi non c’era una forte densità di popolazione nel Mediterraneo, né vi era l’ONU a sentenziare sul diritto internazionale e così i greci sbarcavano in un posto ritenuto idoneo e fondavano una Colonia. Per loro e per nostra fortuna hanno colonizzato buona parte dell’Italia. Per nostra fortuna, prima della civiltà romana abbiamo potuto assimilare quella greca. Per loro fortuna, perché se si fossero trovati a sbarcare nella nostra Penisola ai giorni nostri avrebbero dovuto fare i “vu-cumprà” o ballare il Sirtaki sulle carrozze della metropolitana invece di fondare colonie.
Una piccola parte di immigrati viene da noi spinta non solo per una generica speranza di migliorare il proprio tenore di vita ma, soprattutto dall’Africa, spinta dalla più cupa disperazione dovuta alle carestie, guerre, persecuzioni di ordine politico, religioso o razziale, presenti nei loro Paesi d’origine.
Ma ci dobbiamo chiedere: “Queste situazioni erano presenti anche negli anni precedenti. La fame e la mancanza di prospettive per il futuro erano pure presenti 30 o 40 anni fa. Come mai quindi tanta gente decide di immigrare proprio ora e proprio nel nostro Paese?
Le cause e le situazioni sono molteplici e tenterò di analizzarne alcune.
2.1) COME VIENE OGGI CONSIDERATO IL LAVORO IN ITALIA
L’Italia dopo le distruzioni della guerra si era rimboccata le maniche e generazioni di italiani hanno costruito giorno dopo giorno le premesse del nostro successo riconosciuto nel mondo, dove ancora oggi deteniamo notevoli primati in diversi settori.
In quel periodo tutti lavoravano con l’entusiasmo di costruire per sé e per i propri figli un futuro migliore. Malgrado la fine nel sangue del Fascismo, in quegli anni vivevano generazioni che avevano vissuto nel Fascismo e del Fascismo avevano assimilato la sacralità del lavoro necessaria per il proprio personale progresso e per quello della collettività.
Con il passare degli anni, con un benessere sempre più diffuso, con l’avvento del boom economico, con una classe politica che smantellava alcuni valori ideali perché troppo legati al precedente regime, con gli esempi dei “furbi” e dei profittatori che si arricchivano con velocità supersonica grazie ai loro santi protettori che stavano alle leve del potere, con i privilegi di categoria favoriti e fomentati da sindacati politicizzati che non hanno mai perseguito l’interesse dei lavoratori ma solo l’accrescimento del loro potere di casta, il concetto sano e sacrale del lavoro si è affievolito.
Il benessere sempre più diffuso ha fatto il resto portando la gente a considerare alcuni lavori umilianti perché pesanti e/o poco retribuiti.
La seconda repubblica nata dalla reazione popolare dopo gli scandali di Tangentopoli ha promesso onestà e una nuova età dell’oro a tutti gli italiani. Non è però riuscita a debellare la corruzione e gli sperperi e ha portato l’Italia sulla china del regresso come vediamo in questi giorni.
Vi ricordate le 3 “I” di Berlusconi rivolto ai giovani? Erano: Inglese, Informatica e Internet. Come se a un giovane in possesso dei tre requisiti si aprissero automaticamente le porte di una vita di successo paragonabile a quella dei giovani manager miliardari dello Stock Exchange di Londra. Quale è la realtà? Che ci sono forse 10 giovani manager tuttora miliardari a Londra e centinaia di migliaia di giovani laureati e diplomati italiani, perfettamente padroni delle 3 “I” ma disastrosamente disoccupati o sottoccupati in Italia. Era ed è ovvio che le 3 “I” sono condizioni necessarie ma non sufficienti per avere successo. Si devono aggiungere determinazione, costanza, umiltà, capacità personali e situazioni contingenti favorevoli per creare una posizione soddisfacente.
Nella società attuale sempre più americanizzata l’unico metro di giudizio è il denaro accumulato. Ho parlato con diversi americani nel corso della mia vita. I più, appena attaccano discorso, ti spiegano quanti dollari costa la loro casa, quanti dollari la macchina e il televisori appena comprati, se hanno una seconda casa in Florida o nel Montana. In effetti secondo il loro modo di pensare l’elencazione dei loro beni misura il successo che hanno avuto e di conseguenza la validità della propria persona. Valori morali o culturali non sono presi in alcuna considerazione.
E’ chiaro che con questi concetti che si stanno sempre più diffondendo anche nella nostra società un lavoro “umile” e poco redditizio, nemmeno all’inizio della propria carriera lavorativa, è preso in seria considerazione dai giovani. Così rimangono disoccupati e frustrati inseguendo effimeri sogni milionari da calciatore o da velina. Penso che questo problema sia soprattutto italiano. Moltissimi universitari, anche di nazioni ricche, si pagano parzialmente gli studi lavorando nei periodi di vacanza nelle campagne o facendo i baristi o i fattorini. Quanti universitari italiani imitano i loro colleghi stranieri? Nella raccolta di pomodori o di arance non se ne vedono. Al loro posto si vedono extracomunitari, a volte anche laureati.
2.2) RICHIESTA DI MANODOPERA
Per quanto detto nel paragrafo precedente vi sono ormai molti lavori faticosi giudicati poco qualificanti e lesivi della propria immagine che gli italiani non vogliono più fare. Perso il concetto che ogni genere di lavoro è utile per sé e per tutta la Comunità e quindi degno del massimo rispetto, si sono aperti varchi enormi nel nostro mercato del lavoro malgrado l’elevato attuale tasso di disoccupazione degli italiani. Varchi che vengono progressivamente colmati dagli immigrati.
Quante italiane farebbero oggi le badanti delle migliaia di anziani ammalati o non autosufficienti i cui figli molte volte devono lavorare insieme al coniuge e quindi non hanno tempo da dedicare o non hanno i mezzi per ricoverarli nelle costosissime strutture per la terza età?
Quanti giovani connazionali si troverebbero per sostituire i contadini pakistani, indiani e marocchini impiegati nelle campagne dove il lavoro è duro e scandito dalle esigenze delle stagioni e della meteorologia? Preferiscono il posto fisso negli uffici, al riparo dall’inclemenza del tempo, con i fine settimana e l’agosto liberi per le vacanze, per cui senza gli immigrati andrebbe totalmente in crisi un settore fondamentale per la vita della nazione come l’agricoltura.
Quante nostre concittadine e concittadini lavorano come colf o nelle imprese di pulizia? Troviamo quasi solo extracomunitari a svolgere questi lavori che sono fondamentali: i primi per il menage di una famiglia dove spesso i coniugi lavorano entrambi per arrivare a fine mese e far studiare i figli e i secondi indispensabili nelle centinaia di migliaia di esercizi pubblici e privati e aziende sparse in tutta Italia. In altri mestieri dove si lavora prevalentemente all’aperto come nelle imprese di giardinaggio nella raccolta e smaltimento dei rifiuti, nel rifacimento delle strade e soprattutto nell’edilizia si trovano sempre più immigrati.
Ma oltre ai mestieri considerati meno qualificanti vi sono molti extracomunitari impiegati nell’industria. Le aziende del nord-est ne hanno fatto incetta poiché evidentemente non si trovavano addetti in loco, né provenienti da altre parti di Italia.
Un tempo fare l’operaio in fabbrica non era considerato degradante. Maggiormente non lo dovrebbe essere oggi che il livello tecnologico delle macchine è molto elevato con conseguente richiesta di maggiore professionalità degli operatori e i ritmi e l’ambiente di lavoro sono generalmente migliori rispetto al passato. Come mai tanti giovani diplomati del Sud e di altre parti d’Italia non vanno nelle industrie del Nord Est perennemente a corto di manodopera? Aspettano forse la manna del posto pubblico al loro paese grazie all’interessamento del politico locale.
Sono queste le ragioni di fondo dell’incremento dell’immigrazione nel nostro Paese dove anche ingegneri o medici rumeni o egiziani si accontentano di fare il muratore o l’operaio perché manca manodopera italiana.
Se di colpo sparissero tutti gli immigrati presenti attualmente in Italia ci sarebbe una crisi paurosa che porterebbe a impennate dei prezzi e dell’inflazione.
I problemi finora denunciati per la verità non sono solo italiani, ma coinvolgono i Paesi europei e in genere tutte le popolazioni che hanno raggiunto un considerevole benessere economico.
E’ fisiologico che in queste nazioni la gente non voglia fare i lavori più pesanti demandandoli ai più bisognosi. Nei ricchi emirati arabi vi sono egualmente forti flussi immigratori generalmente asiatici dall’India, Bangladesh e Filippine. Persino in Egitto la cui economia è in costante crescita si vedono immigrati di altre nazioni africane.
Tuttavia lo scotto che si paga in termini sociali, economici e di convivenza è rilevante. Questi problemi saranno maggiormente sentiti nel nostro Paese dove una rilevante percentuale di famiglie è già sulla soglia della povertà, destinata ad accrescersi con la crisi economica in atto.
2.3) LASSISMO DELLE ISTITUZIONI
Il nostro è proprio un bel paese. Non più il “Bel Paese” di una volta ma un paese dove uno che arriva clandestino o regolare in teoria non potrebbe fare quello che vuole ma dovrebbe rispettare le leggi dello Stato, cosa che succede in tutti i Paesi del mondo. Ma se qui da noi un immigrato fa qualcosa di illegale ha meno probabilità di essere preso e condannato.
E’ un bel paese che non chiede agli immigrati di integrarsi pagando così un doveroso e logico tributo a chi gli consente di rifarsi la vita, un bel paese troppo rispettoso e timoroso di offendere “culture” diverse.
E ‘ un bel paese che molte volte privilegia l’immigrato rispetto ai propri cittadini, dandogli vitto, alloggio e lavoro quando vi sono molti cittadini italiani indigenti che ne sono privi.
E’ chiaro che in questa situazione vengono da noi, oltre alle persone normali attratte dalle condizioni che qui sono più favorevoli, anche molti individui orientati a delinquere mescolati alla maggioranza degli immigrati che vogliono lavorare onestamente.
Questa ultima considerazione è supportata da alcuni fatti emblematici.
Il ministro romeno dell’Interno ha recentemente dichiarato che negli ultimi anni in Romania la criminalità è notevolmente diminuita. Una prima ragione è dovuta all’assunzione di 5.000 nuovi poliziotti che perlustrano le città. La seconda, non l’ha detta, ma è evidente che una buona parte di delinquenti, anche in virtù dell’offensiva della polizia ha preferito venire in Italia mescolandosi agli oltre seicentomila romeni che vivono da noi e che nella maggior parte dei casi sono persone perbene che lavorano onestamente. E hanno fatto bene i delinquenti romeni. La polizia nel loro paese ancora povero ha messo sulle strade 5.000 poliziotti in più. Nell’Italia opulenta la polizia tira la cinghia, non ha soldi per la benzina delle volanti e le poche in funzione devono per lo più scortare politici e VIP di grande, media e piccola tacca.
Il secondo episodio sintomatico è dato dalla sommossa dei cinesi a Milano. La comunità cinese del capoluogo lombardo è tra le più antiche e integrate d’Italia. Dagli inizi del secolo scorso sono arrivati molti cinesi a Milano, principalmente dedicandosi al commercio e alla vendita di pelletteria, insediandosi nella zona di Via Sarpi, definita la Chinatown meneghina, diventando con le seconde e ulteriori generazioni cittadini italiani e milanesi a tutti gli effetti.
Negli ultimi anni sono però immigrati personaggi pericolosi dediti allo sfruttamento di altri cinesi costretti a lavorare in nero, in condizioni di semi-schiavitù in opifici di varia natura che ogni tanto vengono chiusi dopo le irruzioni dei Carabinieri e della Guardia di Finanza.
Si sono inoltre consolidate associazioni a delinquere, tipo Triade, dedite allo spaccio di stupefacenti e alla prostituzione.
Recentemente la traduzione al Comando dei Vigili di un cinese per alcune irregolarità ha provocato una vera e propria sommossa con vigili picchiati e auto sfasciate, sedata solo dopo dall’intervento massiccio delle forze dell’ordine.
E’ un caso emblematico che persino in una comunità integrata dedita principalmente al commercio e alla ristorazione si è infiltrata una delinquenza violenta senza leggi e senza rispetto per la nazione che li ospita e neppure per i propri connazionali integrati. Cosa hanno fatto i nostri politici, anche quelli del Comune di Centro Destra, per isolare i delinquenti dalla parte sana della comunità che finora era radicata e perfettamente integrata da moltissimo tempo e per reprimere l’illegalità con i mezzi e le leggi vigenti? Da noi si prende coscienza dei problemi solo quando esplodono, una azione di prevenzione quasi mai viene attuata.
3) ASPETTI SOCIALI
In Italia siamo propensi a generalizzare. Di questa nostra pessima attitudine sono corresponsabili i media che spesso semplificano o amplificano fatti di cronaca ingenerando nell’opinione pubblica una sproporzionata attenzione e reazione a fatti che meriterebbero una minore enfasi. I dibattiti televisivi condotti da professionisti senza scrupoli, preoccupati solamente di aumentare l’audience e quindi i loro profumati cachet, disinformano e indirizzano le convinzioni degli spettatori.
Valutiamo alcuni aspetti dell’impatto dell’immigrazione nella nostra società senza paraocchi e preclusioni ideologiche.
3.1) LAVORO
Molti imprenditori disonesti traggono profitto dalla disperazione degli immigrati disoccupati assumendoli in nero con paghe ridicole. L’immigrato si adegua perché deve sopravvivere e perché anche 600 euro al mese sono dieci volte il salario che percepirebbero a casa sua, ammesso che trovasse lavoro. In questo modo si toglie lavoro alla manodopera italiana e si danneggiano gli imprenditori onesti che vengono così ad avere costi superiori rispetto ai concorrenti disonesti.
Pochi osservano che gli imprenditori disonesti che assumono in nero sono perseguibili dalla legge italiana. Non dovrebbe essere difficile smascherarli e punirli: basterebbe che ci fosse uno Stato serio che si dotasse di mezzi di controllo capillare, dando così lavoro a funzionari efficienti e veramente utili alla collettività, invece della pletora di impiegati dello Stato nullafacenti assunti in eccesso dal politico locale per procurarsi voti.
Ho seguito recentemente un servizio alla televisione sul mercato ortofrutticolo di Milano, uno dei più grandi d’Europa. Un sindacalista denunciava che di notte molti immigrati clandestini saltano la recinzione e si offrono come manovalanza per un tozzo di pane. Alcuni imprenditori disonesti dell’ortomercato li assumono, ovviamente in nero, altri rifiutano le rivendicazioni salariali dei loro impiegati regolari con il ricatto di mandarli a casa e utilizzare l’abbondante manodopera extracomunitaria. E tutto ciò avviene perché semplicemente non c’è alcun controllo!
Per quanto riguarda i numerosi immigrati impiegati regolarmente, molti in Italia si chiedono se ciò rappresenti comunque un danno per i lavoratori italiani, in quanto i bassi salari percepiti dai primi influiscono negativamente anche sui salari degli italiani.
Io credo che ciò si verifichi solo in minima parte. Gli stipendi oggi in Italia sono generalmente appiattiti verso il basso. Esistono minimi salariali in ogni contratto collettivo al di sotto dei quali non si può scendere. Se un lavoratore viene assunto a tempo indeterminato fruisce automaticamente degli aumenti contrattuali e di anzianità indipendentemente dal suo stato sociale. Per gli imprenditori onesti che assumono immigrati non c’è, nella maggior parte dei casi, il pericolo di ricatto verso i lavoratori italiani. Dove sussiste ci sono i Sindacati, se no cosa ci stanno a fare?
3.2) SICUREZZA SUL LAVORO
Un altro aspetto sociale importante è dato dalla sicurezza sul lavoro dove sono vittime in misura maggiore lavoratori immigrati. Si potrebbe legare quindi questo fenomeno alla deregolazione incrementata dal lavoro in nero di molti immigrati.
E’ bene precisare che i morti e i feriti che insanguinano ogni anno fabbriche e cantieri di tutta Italia oggi si trovano principalmente nell’edilizia.
Nell’industria, malgrado la spaventosa sciagura alla Thyssen di Torino, imputabile certamente alla colpevole negligenza dell’azienda nella attuale logica turbocapitalista delle multinazionali, gli incidenti sono minori.
Se venisse rigorosamente applicata la Direttiva Macchine europea recepita dall’Italia e conglobata nella legge 626, nessun lavoratore subirebbe in fabbrica alcun danno dovuto al macchinario, causa primaria solo qualche decennio fa di numerosissimi incidenti. Oggi esistono e vengono (o meglio, dovrebbero venire) installati per legge dispositivi di controllo di vario genere che bloccano il movimento della macchina ogni qualvolta l’operatore entra in una zona pericolosa.
Ciò ovviamente non impedisce fatalità come essere investiti da un mezzo di trasporto o schiacciati da un muletto che si ribalta, ma le maggiori fonti di rischio sono controllate in modo totale.
Se in alcune imprese non vengono applicate le disposizioni della legge sulla sicurezza ciò non è colpa dell’immigrazione ma è dovuto alla scarsità di controlli da parte delle autorità preposte che hanno un organico insufficiente per effettuare tali controlli in modo capillare e con cadenza periodica.
Lo stesso discorso vale per l’edilizia, che è attualmente la fonte principale delle “morti bianche”, dove i pericoli sono maggiori ma difficilmente controllabili. Tuttavia i muratori dovrebbero almeno indossare un casco e ancorarsi ai ponteggi nelle zone a rischio, cose che non fanno abitualmente. E’ comprensibile che in queste condizioni l’incidenze degli immigrati vittime di incidenti sia maggiore.
Le imprese edili sono numerose, molto piccole nella maggioranza dei casi. Qui gli imprenditori, senza un controllo efficace, fanno quello che vogliono compresa l’assunzione di immigrati in nero, non obbligando i propri dipendenti a rispettare quelle minime norme di sicurezza stabilite per legge.
3.3) DELINQUENZA
Spesso l’italiano percepisce l’immigrato come un delinquente potenziale. Ciò è conseguente alla elevata percentuale di immigrati tra i carcerati e ai numerosi fatti di cronaca noti a tutti. Bande di delinquenti che assaltano ville e case isolate e spesso, oltre a rubare, seviziano e uccidono i malcapitati. Ripetuti fatti di cronaca nera e di sangue tra le stesse comunità di immigrati e contro italiani, ecc. Praticamente ogni giorno.
Non si valutano a sufficienza fatti contrari, come rapine e crimini sventati da extracomunitari o alcuni salvataggi di persone in grave pericolo effettuati da immigrati a volte anche a prezzo della loro vita. Persino in gravissimi episodi l’opinione pubblica reagisce in modo paranoico senza fare una valutazione obiettiva.
Prendiamo ad esempio l’episodio delle due puttanelle romene che a Roma hanno ucciso una ragazza italiana nel metrò.. Dopo un alterco per futili motivi una delle due ha colpito l’italiana con un ombrello. Per disgrazia la punta dell’ombrello è penetrata con forza in un occhio della ragazza italiana uccidendola. L’episodio ha scosso l’opinione pubblica e sull’onda dell’emozione la romena è stata arrestata con l’accusa di omicidio volontario. Anche per me che non sono un giurista è sembrata eccessiva l’accusa, giustificabile se la romena avesse ucciso con un coltello o con qualunque altra arma in suo possesso. L’ombrello è usato da tutti e nessuno lo considera un’arma che può uccidere.
Al processo l’accusa è stata giustamente derubricata in omicidio preterintenzionale ma la condanna a 13 anni, se non vado errato, mi sembra eccessiva e motivata più da fattori emotivi che di giustizia.
E’ giusto che la romena sia condannata, ha distrutto la vita di una sua coetanea, ma ciò è avvenuto per una caso fortuito nel corso di una lite dove evidentemente non c’era l’intenzione di uccidere.
Come contrappasso vi è una sentenza della magistratura molto più blanda per il delinquente rom che, ubriaco fradicio, ha falciato, uccidendoli, quattro ragazzi nelle Marche. Non ho capito perché questo tizio è stato inviato in un residence agli arresti domiciliari e un demente imprenditore locale senza scrupoli e senza un briciolo di etica l’ha ingaggiato come testimonial per una marca di jeans. Per questo fatto l’opinione pubblica avrebbe dovuto insorgere contro il magistrato che lo ha condannato a una pena troppo lieve e contro l’imprenditore, almeno boicottando le vendite dei suoi prodotti.
Altro episodio: il romeno che a Roma a investito con la sua macchina a folle velocità gente alla fermata di un mezzo pubblico ferendone diversi e rischiando una carneficina. Era al volante di una BMW ubriaco e drogato. Lo strano è che viveva poco distante in un fatiscente campo nomadi. Dove prende i soldi per drogarsi e possedere una BMW?
Mancanza di controlli costanti, accettazione praticamente senza condizioni dell’immigrato come dovere morale assoluto di un Paese ricco nei confronti dei più poveri, immigrati senza lavoro che vivono in condizioni sub-umane indegne di un Paese civile, portano la parte peggiore o più debole degli immigrati a delinquere e ad essere reclutati come manovalanza a buon mercato dalla criminalità organizzata. E’ inutile stupirsi e indignarsi. Quanti italiani ruberebbero se si trovassero senza lavoro e senza mezzi senza poter dare da mangiare ai propri figli? Si dovrebbero prevedere questi fenomeni prima e prendere a monte quei provvedimenti atti ad evitarli.
3.4) PROSTITUZIONE
Oggi la prostituzione sulle strade è quasi completamente passata in mano agli immigrati, sia per quanto riguarda le prostitute che i protettori.
Si dice che la prostituzione è il più antico mestiere del mondo, esiste, è esistito, esisterà fino alla fine dell’uomo. Non sono un moralista alla Don Benzi, considero la donna che volontariamente si prostituisce come una persona che fa male solo a se stessa, svilendo la propria dignità, ma senza commettere un reato. E cosi non criminalizzo chi usufruisce del sesso a pagamento. Personalmente sarei favorevole a una regolamentazione del fenomeno abolendo la legge Merlin anche per evitare l’attuale degrado nei luoghi pubblici.
Ma c’è una cosa che mi indigna profondamente e che non trova una sufficiente attenzione nei media e nell’opinione pubblica, ed è lo sfruttamento della prostituzione compiuto da ricche bande di delinquenti. Questi individui, in parte extracomunitari, specie albanesi e cinesi, e in parte affiliati alle varie mafie italiane che hanno fiutato gli enormi guadagni in questo settore, schiavizzano ragazze, soprattutto dell’Est europeo, a volte anche minorenni.
Le inducono a venire in Italia con il miraggio di un lavoro sicuro e una volta arrivate nel nostro Paese vengono violentate, brutalmente picchiate, con minacce di morte a loro e ai loro parenti rimasti a casa se intendono ribellarsi o scappare dai loro aguzzini.
Ogni tanto i carabinieri, molte volte su segnalazione di qualche cliente impietosito dalla storia della sua occasionale compagna, catturano una banda e la mettono in galera, liberando le schiave. Non si sa che punizioni vengono comminate a questi delinquenti con il nostro sistema lassista, probabilmente vengono espulsi per poi tornare da noi clandestinamente a rimettere in piedi la loro lucrosa attività. Questi criminali schiavizzano povere ragazze e qualche volta le ammazzano anche, rimanendo quasi sempre impuniti. Vedi casi recenti di cronaca nera.
Quanto detto non avviene in una lontana repubblica caucasica e dell’Africa sub-sahariana. Avviene qui in Italia, nella nostra città, nella nostra via, sotto casa nostra.
Ognuno di noi rincasando la sera ha visto queste ragazze sui marciapiedi delle nostre città, molte di loro appartengono alle schiave che nessuno libera dalla loro orribile condizione.
Eppure un sistema per stroncare questo fenomeno ci sarebbe con una stretta collaborazione tra le forze di Polizia e la Guardia di Finanza. La Finanza che grazie ai potenti mezzi di indagine bancari, informatici, ecc. sa quanti soldi ognuno di noi ha in questo momento nel portafoglio, potrebbe sicuramente verificare i conti e il tenore di vita degli sfruttatori che senza fare apparentemente nulla dal mattino alla sera sono proprietari di beni mobili e immobili rilevanti. Ma Polizia e Finanza devono seguire le direttive della nostra dirigenza politica che non si interessa di queste piccole cose. Così nella civile Italia, patria del diritto e del cristianesimo, assistiamo impotenti alla tratta e allo sfruttamento degli schiavi del ventesimo secolo.
Oggi la tendenza prevalente delle belle menti che governano è quella di multare prostitute e clienti pensando così di risolvere il problema radicalmente. E’ evidente che i mercanti del sesso non possono rinunciare alle loro galline dalle uova d’oro e sposteranno il loro parco di prostitute dalle strade alle abitazioni private. In questo modo sarà ancora più difficile il controllo della prostituzione da parte della polizia, sarà impossibile combattere lo schiavismo delle prostitute bambine e si sposterà il degrado dalle strade ai caseggiati e ai quartieri, con danni economici e alla quiete degli sfortunati condomini.
4) ASPETTI ECONOMICI
L’immigrazione comporta aspetti positivi e negativi per la nostra economia, al di là della regolarizzazione degli immigrati. Abbiamo visto come il lavoro in nero rappresenti una perdita economica per lo Stato in termini di minore gettito fiscale e contributivo oltre a drogare il sistema economico ponendo le aziende che lo praticano in condizioni di concorrenza sleale nel confronto con le imprese “virtuose”.
Immaginiamo comunque che tutti gli immigrati abbiano un lavoro regolare e paghino regolarmente le tasse e i contributi. A queste condizioni la loro presenza sarebbe positiva o negativa per la nostra economia? Un’acuta osservazione sul Quaderno dell’Immigrazione rileva che una parte dei guadagni degli immigrati in Italia, tolte tasse, contributi e spese per il proprio mantenimento, torna ai Paesi di origine a favore dei familiari ancora ivi residenti.
Negli anni della ripresa economica italiana, rileva inoltre la nota, le rimesse dei nostri emigrati costituirono una parte cospicua per il risanamento del nostro bilancio. Dobbiamo ora pensare a un fenomeno inverso: una parte di quanto costituisce il nostro bilancio è solo virtuale perché ingenti somme di denaro non rimangono in Italia ma sono dirottate all’estero.
Per l’anno 2007 le rimesse degli immigrati in Italia verso i propri paesi d’origine sono state stimate in 4,4 MILIARDI DI EURO. Questo dato proviene dalla Banca d’Italia e dall’Ufficio Italiano dei Cambi e quindi non tiene conto dei trasferimenti e delle transazioni non ufficiali fatte da intermediari o da familiari degli immigrati che porta almeno a raddoppiare la cifra sopra riportata.
Secondo stime prudenziali del FMI le rimesse degli immigrati non trasferite con i canali ufficiali valgono quelle ufficiali portando così la cifra sopra considerata al doppio, mentre altre fonti ipotizzano valori maggiori da 3 a 5 volte.
Un’altra considerazione da fare riguarda il maggiore tasso di natalità degli immigrati rispetto agli italiani. Ne deriva un’incidenza maggiore dei costi dello Stato per gli immigrati in termine di spese sociali. scuole, sanità, ecc.
Rimarrebbe quindi come unico fattore positivo la copertura di posti di lavoro che altrimenti risulterebbero vacanti. La differenza fra i benefici del maggiore introito fiscale e contributivo dato dagli immigrati e i lati negativi sopra citati dovrebbero essere attentamente analizzati dagli economisti per quantificare in modo corretto un bilancio economico dell’immigrazione in Italia.
Uno studio approfondito di questo tipo dovrebbe essere obbligatorio da parte del governo e realizzato al più presto, per valutare in modo corretto i propri conti economici e per conoscere il break-even point della crescita immigratoria al di sopra del quale non si assicura uno sviluppo sostenibile alle nuove generazioni di italiani.
5) INTEGRAZIONE FORZATA
L’integrazione della comunità straniera nella nazione che la accoglie a mio parere non dovrebbe essere solo auspicata ma imposta.
Pur con il doveroso rispetto da parte nostra della cultura, religione e legami con la terra di origine degli immigrati, gli stranieri che vivono e lavorano in Italia dovrebbero integrarsi maggiormente rispettando a loro volta e assimilando non solo le leggi, ma anche la cultura, le tradizioni e i costumi del popolo italiano. Solo in questo modo non si creano ghetti e isole etniche avulse dalla popolazione che li accoglie.
Quanto detto non è facile con taluni immigrati e soprattutto con le prime generazioni che sono arrivate in Italia. Dovrebbe essere molto più semplice con i figli degli immigrati che sono nati qui e frequentano le nostre scuole. Sono ormai mezzo milione i figli di immigrati che studiano nelle scuole italiane: il 5,7% nelle materne, il 6,8% alle elementari, il 6,5% alle secondarie di 1° grado e il 3,6% in quelle di 2° grado, per un totale del 5,6% di tutti gli studenti in Italia (fonte: Ministero della Pubblica Istruzione – anno 2007)
Il permesso di soggiorno dovrebbe essere concesso solo agli immigrati che conoscono sufficientemente la nostra lingua, le nostre leggi e i nostri costumi. Dovrebbe quindi essere rilasciato dopo corsi specifici con un esame finale che verifichi il loro livello di apprendimento. Abbiamo un enorme corpo insegnante nella nostra scuola da cui selezionare un buon numero di docenti, ovviamente pagati per questo lavoro supplementare. Abbiamo strutture scolastiche sotto-utilizzate dato il decremento demografico o comunque utilizzabili nelle ore pomeridiane e serali.
E’ probabile che in questo modo gli immigrati si sentano più vicini alla comunità umana che li accoglie. I giovani che studiano nelle nostre scuole parlano perfettamente l’italiano, acquisiscono facilmente le abitudini dei loro coetanei italiani e pensano come loro dimenticando abitudini e a volte persino la lingua del Paese d’origine dei loro genitori, come spesso accadeva con i figli dei nostri emigrati. Solo con la condivisione di usi e costumi della patria di adozione da parte degli immigrati si può pensare di creare una nuova generazione di italiani acquisiti ma legati ai nostri interessi. Se falliamo in questa azione ci ritroveremo a fare i conti con maggiori problemi etnici per giovani sradicati come i francesi di origine maghrebina, teppisti delle banlieu, o i cittadini inglesi di origine asiatica cresciuti nelle scuole britanniche ma simpatizzanti dei terroristi di Al Qaeda.
Questi argomenti d’ordine generale non sono parimenti applicabili a tutte le etnie. La comunità musulmana è indubbiamente più refrattaria a un’integrazione. Tuttavia anche in questo caso stiamo facendo errori madornali che peggiorano la situazione confondendo spesso costumi con religione, attribuendole alla religione islamica abitudini barbariche, forse per l’ignoranza diffusa degli italiani sull’Islam.
Per fare un esempio la massima autorità religiosa egiziana il Gran Mufti Ali Ganaa del Cairo si è pronunciato ufficialmente contro il taglio della clitoride alle bambine che è proibita in maniera assoluta dall’Islam (ANSA del 4 luglio 2007). Se tanti ancora la praticano in Egitto e in diverse nazioni islamiche lo fanno per un costume ancestrale e barbarico che non ha nulla a che vedere con la religione .
Se con la proposta espressa pocanzi si imponesse prima di dare un permesso di soggiorno di fare un esame chiedendo ufficialmente all’immigrato di rispettare le nostre leggi e i nostri costumi (cosa che in molte altre nazioni fanno) l’immigrato capirebbe che per vivere nel nostro Paese si deve adeguare a quanto gli viene richiesto. Se non vuole adeguarsi è libero di scegliersi un altro Paese di suo gradimento.
Invece da noi non si fanno i presepi a Natale nelle scuole per non offendere le religioni altrui, si toglie dalle mense scolastiche l’economica ma energetica bistecca di maiale per non offendere i mussulmani e gli ebrei e via di questo passo. Tra poco nasconderemo le chiese con enormi impalcature e teloni per non offendere qualcuno.
Tutte le volte che mi sono trovato in una nazione islamica mi sono adeguato alle loro usanze. Non mi infastidivo per il prolungato cantilenare dei muezzin, non sorridevo alle loro ripetute e rituali preghiere, non bevevo alcolici nei Paesi dove era proibito, non avevo crisi nel vedere dappertutto i simboli islamici della mezzaluna fertile.
Non vedo perché loro non possono adeguarsi ai costumi della nazione che li ospita e gli consente di rifarsi una vita. Molti di loro ci sono riusciti, possono farlo anche gli altri. Il giorno in cui per i loro bambini alla mensa scolastica c’è la bistecca di maiale i più integralisti possono, a loro spese per quel giorno,fornirli di cibo alternativo senza pretendere che tutti gli altri si adeguino ai loro costumi.
D’altra parte con uno Stato che cede a ogni pretesa degli extracomunitari, con una scuola che non insegna costumi e tradizioni patrie nemmeno agli studenti italiani è veramente difficile che gli stranieri si integrino.
Un altro aspetto fortemente negativo è dato dalla presenza dei Rom.
In italiano si dovrebbero chiamare “zingari” ma poiché questa parola ha ormai una connotazione spregiativa vengono da tutti chiamati “rom” perché è più elegante, non suona razzista, anche se la maggior parte della gente pensa, sbagliando, che rom voglia dire romeno, mentre nella loro lingua significa semplicemente “uomo”.
Gli zingari sono un popolo tuttora nomade di probabile origine dell’India del Nord, presente in molti Paesi d’Europa e dell’Asia. Ci sono diverse stirpi gitane anche con evidenti differenze etniche e di costumi come per esempio quelle della Francia meridionale o della Spagna.
Da noi c’è una presenza massiccia di circa 150.000 unità, per lo più con passaporto romeno o dei paesi dell’Est. In Romania li detestano cordialmente e sono molto contenti che un buon numero sia venuto in Italia.
Da noi, non essendo stanziali, difficilmente cercano un lavoro fisso. Campano di espedienti, elemosine, furti e furtarelli. Pur non godendo di proventi regolari continuativi, possiedono spesso importanti roulotte e macchine costose.
E’ più che evidente che gli abitanti di un quartiere che vedono una carovana di zingari accamparsi nelle vicinanze entrino in agitazione temendo, a ragion veduta, che le loro case siano svaligiate,per non parlare del degrado anche in termini di igiene che si verifica nelle aree che occupano.
Non si capisce come in Italia gli zingari siano tollerati da decenni. Da sindaci, con in testa “Uolter” Veltroni , a parroci terzomondisti, tutti da noi fanno a gara per procurargli spazi, prefabbricati, allacciamenti idrici e elettrici e classi differenziate per i bambini.
Gli zingari sono zingari, non gliene frega niente di integrarsi, di mandare i figli a scuola e di fare un lavoro vero. Se in una carovana composta da 200 persone di cui 100 sono bambini, 3 di questi vanno a scuola e 2 adulti hanno un lavoro regolare vale la pena di tenere in piedi il campo?
Sono sufficienti pochi elementi positivi per parlare di “integrazione” di quella comunità rom?
Si carica il Comune di costi aggiuntivi totalmente inutili, si esaspera la popolazione limitrofa.
L’azione delle nostre belle menti ecumeniche pro-rom mi fa venire in mente quella dei boys-scout che per fare la loro buona azione quotidiana prendono di peso la vecchietta e la portano sul marciapiede di fronte senza che questa ne abbia la minima intenzione.
Se alcuni di noi, cittadini italiani che paghiamo le tasse, portiamo una roulotte su un prato dopo nemmeno mezz’ora arrivano i vigili che ci ingiungono di sgomberare immediatamente affibiandoci una multa salata per occupazione abusiva del suolo pubblico.
Se queste comunità non dimostrano che la maggior parte dei loro componenti hanno una fonte di reddito regolare e documentata dovrebbero essere espulse dal nostro Paese come indesiderabili, accettandone solo le persone che svolgono un lavoro regolare, mandano a scuola i loro bambini e dimostrano una chiara intenzione di integrarsi nella nostra Società.
6) CONCLUSIONI
Dalle valutazioni fin qui fatte si evince che l’immigrazione può essere una risorsa ma comporta diversi problemi. La carenza di una chiara e non demagogica politica immigratoria, non perseguita in Italia dai diversi governi che si sono succeduti negli ultimi decenni, non ha consentito finora di gestire correttamente i vari problemi.
Non possiamo aprire le porte a tutti i diseredati del mondo perché in tale modo depaupereremmo irreversibilmente tutte le nostre risorse e l’Italia diventerebbe un Paese invivibile anche per gli italiani oltre che per gli stranieri.
Al tempo stesso non si può tollerare che in un Paese di antica cultura come il nostro vivano immigrati in condizioni sub-umane, stipati con la prole in sordide e malsane baracche che i servizi televisivi mostrano a noi e a tutto il mondo praticamente ogni giorno ledendo gravemente l’immagine dell’Italia.
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E’ prevedibile che le immigrazioni più massicce nei prossimi anni si verificheranno dall’Africa come dimostrano le avanguardie di disperati che sfidano quasi ogni giorno la morte nell’attraversamento del canale di Sicilia su fatiscenti imbarcazioni
Questa convinzione mi deriva anche da una recente esperienza che ho fatto nell’Africa equatoriale, in Guinea. Per una settimana ho visitato diverse province dell’interno e nella successiva sono stato ospitato nell’orfanotrofio di Sobanet fondato da Riccardo, un industriale bresciano che a un certo punto della sua vita ha ceduto tutto ed è andato in Africa per alleviare le sofferenze di quelle popolazioni.. Questo viaggio, soprattutto vedendo la corruzione di una classe dirigente avida e spietata e l’indigenza della stragrande maggioranza della popolazione, mi ha portato a fare alcune riflessioni sugli errori commessi anche dai Paesi occidentali e sull’impatto che questi errori potrebbero avere nell’immediato futuro sull’immigrazione dal terzo mondo verso i Paesi più ricchi, compreso il nostro.
Nel corso del mio viaggio in Guinea ho avuto occasione di parlare con diverse persone: operatori italiani e stranieri con lunga esperienza di lavoro in Africa, preti cattolici e imam mussulmani, politici locali, funzionari europei e guineani della cooperazione internazionale. A Dabola durante il mio viaggio all’interno del Paese ho visto dottori di Medici Senza Frontiere che si recavano verso il Mali per una campagna di vaccinazioni contro il colera appena manifestatosi in quella zona.
Il quadro che mi sono fatto parlando con tutte queste persone è drammatico e avvilente.
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Parliamo innanzitutto degli aiuti dei Paesi ricchi verso quelli poveri. Vi è una miriade di Associazioni Umanitarie che apparentemente svolgono, o meglio dovrebbero e potrebbero svolgere, un importante ruolo nell’aiuto ai Paesi emergenti.
Purtroppo data l’estesa corruzione in gran parte dei Paesi del Terzo Mondo, ben pochi rivoli del grande fiume degli aiuti giunge a destinazione. Derrate alimentari e materiale di ogni genere proveniente da Stati, Enti o dalla generosità di tanti benefattori privati vengono incamerati dalle Autorità locali e poi rivenduti al prezzo di mercato realizzando enormi guadagni.
Quindi poche persone ultra ricche che si possono permettere tutto accentrando nelle loro mani enormi risorse economiche con le quali si assicurano la benevolenza di altri poteri forti come le caste militari, consolidando e perpetuando così il proprio potere personale.
Le persone povere, cioè la stragrande maggioranza della popolazione, rimangono tali al limite della sopravvivenza arrangiandosi come possono.
Si può quindi capire che avvengano scandali come quelli denunciati recentemente dai giornali della prostituzione e abusi sessuali su bambine anche di otto anni perpetrati in campi profughi da chi dovrebbe rappresentare il “volto buono” dei Paesi civili e cioè militari dell’ONU e operatori della cooperazione internazionale.
Vi è poi uno scandalo che è tutto “bianco”. Effettivamente le grandi Associazioni umanitarie internazionali vanno incontro nella loro azione a spese consistenti: viaggi intercontinentali, apertura e gestione di uffici distaccati locali, spese di locomozione e stipendi per i propri funzionari, promozione pubblicitaria ecc.
E’ comprensibile che quindi una parte delle donazioni vadano a coprire queste spese. Ma non è accettabile,come mi è stato confermato da più parti, che un grande e ben conosciuto Ente umanitario internazionale che opera ormai da decenni utilizzi il 95% delle copiose donazione che riceve ogni anno da ogni parte del mondo per coprire il proprio bilancio!
In parole povere, di ogni 100 Euro che doniamo a questo Ente forse solo 5 vanno a destinazione, dico forse perché il 5% il più delle volte si disperde in altri regali, diciamo in modo più corretto:tangenti, per le Autorità del luogo.
Altri scandali sono legati alla cancellazione dei debiti che gli Stati poveri hanno contratto con quelli ricchi, compreso l’Italia, cancellazione in molti casi accordata in cambio dell’utilizzo progressivo del denaro così risparmiato per progetti di pubblica utilità che mai si realizzano o si fanno con il contagocce.
Nelle varie capitali africane ci sono uffici di rappresentanza degli Stati creditori che dovrebbero promuovere e controllare questi progetti. I relativi funzionari, profumatamente retribuiti da tutti noi, cosa fanno? Chi controlla il loro operato?
Progetti che non vengono realizzati, fatture fasulle o gonfiate, stipendi elevatissimi dei funzionari e sperperi di ogni genere fanno pensare che molte Associazioni ed Enti di cooperazione svolgano attività filantropica più verso i propri dipendenti e dirigenti che verso i bisognosi.
Quanta gente generosa in tutto il mondo e stata così truffata finora? Il mio convincimento è quello di dare soldi e aiuti solo a quelle missioni, religiose o laiche, che operano in campo e di cui si può controllare l’effettivo impiego degli aiuti ricevuti.
Aiutare l’Africa e gli africani non è solo un dovere morale verso esseri umani che hanno avuto la sfortuna di nascere in una terra ricca di risorse ma degradata dall’uomo. E’ anche un nostro preciso interesse e non ci dobbiamo nascondere dietro la miope valutazione “ che sono tanto distanti da noi”
I Paesi africani sono oggi più arretrati che dall’inizio della decolonizzazione. Le poche infrastrutture lasciate dalle vecchie Potenze coloniali si sono in gran parte dissolte. I telefonini e gli altri “status symbol” della globalizzazione non risolvono la situazione di fondo ma ingenerando attrattive di beni non primari contribuiscono a rafforzare la corruzione.
Permangono solo le grandi multinazionali che sfruttano le abbondanti risorse naturali i cui introiti e le royalties destinate ai governi locali non vanno certo ad accrescere il tenore di vita delle popolazioni e che hanno interesse al mantenimento della attuale corrotta classe dirigente africana.
Alle potenze coloniali di un tempo, oltre che le multinazionali, si sono sostituite nazioni in forte sviluppo delle loro economiche che necessitano di quantitativi ingenti di materie prime come la CINA e che stanno depredando l’intero continente, con danni incalcolabili all’ambiente.
Un aspetto sintomatico dell’aggressività speculativa dei cinesi si vede con la loro politica di supporto al governo sudanese nella questione del Darfur. Infatti nel sottosuolo del Darfur si nasconde un mare di petrolio!
Dovremmo infine anche parlare del dissennato depauperamento delle risorse ittiche da parte dei Paesi europei, con in testa l’Italia. Per fare fronte alla richiesta di prodotti ittici non più reperibili nei nostri mari, L’unione Europea ha stipulato un accordo con 21 nazioni dell’Africa equatoriale per la pesca nei loro mari, pagando una salata licenza.
Il risultato è il seguente: grandi pescherecci oceanici europei stanno razziando i mari dell’Africa equatoriale, i soldi delle licenze se li intascano i governi locali, le popolazioni rivierasche che vivono essenzialmente di pesca non hanno visto un soldo ma nel contempo vedono rarefarsi ogni giorno i pesci che rimangono impigliati nelle loro reti.
Anche se nascere e vivere nella precarietà porta alla assuefazione, il continuo confronto tra chi non ha nulla ed i pochi che hanno tutto genera prima o poi fermenti di rivolta, cosa che si sta già manifestando in molti Paesi africani.
Le ragioni negative non sono sempre le migliori, ammonisce Alain de Benoist.
Non è detto che le rivoluzioni che nei prossimi decenni in Africa spazzeranno via regimi corrotti andranno nella giusta direzione. Potrebbero nascere regimi sanguinari, fondamentalismi di ogni genere o politici ancora più corrotti. In questo scenario ogni prospettiva, anche la più catastrofica, si può verificare in un continente malgovernato e sempre più spogliato delle sue risorse, che sembra un vulcano in procinto di esplodere.
Potremmo avere masse, ancora più numerose di quelle attuali, spinte verso l’Europa per fame, malattie o persecuzioni politiche, religiose o etniche. Masse di gente disperata, malnutrita, ammalata.
Cosa può fare l’Europa per salvare l’Africa e probabilmente se stessa?
Può fin d’ora ridurre drasticamente la corruzione delle Autorità locali imponendo e controllando l’attuazione dei piani di sviluppo garantiti dai nostri soldi, rifiutando tangenti ai politici corrotti con la minaccia di chiudere i rubinetti dei finanziamenti. Si migliorerebbe così il tenore di vita delle popolazioni, si garantirebbe una migliore istruzione e assistenza sanitaria e si farebbe crescere gradualmente una nuova generazione più preparata e meno succube dei corrotti politici locali.
Una azione di questo genere dovrebbe evidentemente essere concertata tra tutte le nazioni europee e implicare una più attenta e presente politica dell’Europa verso l’Africa
Se non si provvede in tempo con una azione unitaria di tutti gli Stati europei imponendosi anche alle altre Potenze globali quali USA, Cina e Giappone si perpetua questa situazione senza sbocco, pericolosa anche per noi, diventando complici di un genocidio di immani proporzioni.
Una mia ultima considerazione personale. Conoscendo un poco più da vicino gli africani, vivendo, parlando, mangiando, giocando con loro mi sono convinto che la cosa migliore è aiutarli a crescere nel loro ambiente come fanno Riccardo e i missionari. Il modo di vivere, la mentalità, i tempi, i rapporti sociali sono molto diversi da noi occidentali. L’inserimento nella nostra Società per la maggior parte di essi rappresenta uno sradicamento traumatico dai loro valori tradizionali.
Gli africani devono essere aiutati a svilupparsi nei loro Paesi seguendo i loro metodi tradizionali senza imporre i nostri sofisticati standard occidentali. Possiedono ricchezze naturali e agricole che potrebbero soddisfare sicuramente i loro bisogni primari senza costringerli a cercare la via della emigrazione per sopravvivere.
Umberto Massimino
20-11-2008
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